Devi cambiare la tua vita

tr. it. di S. Franchini, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010
1 Comment

Arturo Benedetti Michelangeli ci ha mostrato il virtuosismo composto, algido, capace di svelare la passione terribile di un trillo beethoveniano; Edoardo Sanguineti, beffardo, esasperando ogni virtù ha finito col celarla in un virtuosismo sfrenato e comico. Nel primo caso, abbiamo l’abilità seriosa e neoclassica delle dita e della figura del pianista; nel secondo, godiamo dei vezzi letterari: quando lo scherzo si fa beffa, subentra la serietà del gioco di parola. Virtuosismo di corpo, musica e linguaggio. Ne esiste anche uno del pensiero?
A dispetto di quanto possa apparire a un primo sguardo, Devi cambiare la tua vita è un libro sulla virtù. Non sulla virtù del giusto mezzo, quella che rifugge la hybris; bensì sulla virtù esasperata, ossia sull’ascesi, o, per dirla in altri termini, sul virtuosismo. Non si può scrivere un’opera su questo tema senza essere un grande artista consumato. L’incanto verrebbe rotto, il circolo virtuoso si spezzerebbe; come se Paganini spiegasse la tecnica violinistica passo passo, servendosi di moviola.
Il virtuosismo del pensiero è possibile; anzi, forse è l’unica forma di pensiero.
Il perno su cui ruota questo libro è l’ascesi, una serie di pratiche e di esercizi che spingono l’essere umano al di là delle proprie possibilità di partenza. L’analisi dell’ascesi scaturisce da una riflessione sulla religione. Dopo secoli razionalisti in cui essa sembrava quasi messa al bando, da più parti sono corse voci, più o meno verificate, circa un supposto ‘ritorno’ della religione. Tuttavia, essa non sta affatto ‘ritornando’ a seguito del fallimento dell’illuminismo. Non v’è un ritorno della religione «per il semplice motivo che la “religione” non esiste né esistono “le religioni”, ma soltanto mal compresi sistemi di esercizio spirituale» (pag. 5). Sloterdijk rimuove la distinzione tra superstizione e religione (semmai esistono solo pratiche che si diffondono di più rispetto ad altre) e tra credenti e non credenti, per sostituirla con la «distinzione tra praticanti e chi non si esercita, o meglio, chi esegue esercizi diversi» (pag. 6), ove con ‘esercizio’ si intende «ogni operazione mediante la quale la qualificazione di chi agisce viene mantenuta o migliorata in vista della successiva esecuzione della medesima operazione, anche qualora essa non venga dichiarata esercizio» (pag. 7).
L’insieme degli esercizi praticati dall’essere umano è volto a migliorare la propria condizione in senso lato, con lo scopo ultimo di scongiurare la morte. Banalmente, la religione non sarebbe altro che un meccanismo di difesa contro la paura della morte. Ogni essere vivente sviluppa dei sistemi immunitari che lo difendono dai pericoli esterni. L’uomo ha sviluppato tre sistemi immunitari: il primo è quello biologico; il secondo riguarda «le pratiche di tipo giuridico e solidaristico, ma anche militare» (pag. 13) e serve a proteggere un individuo o una comunità dalle relazioni pericolose della vita sociale; il terzo, quello che più interessa a Sloterdijk, riguarda «le pratiche simboliche ovvero psicoimmunologiche, con l’ausilio delle quali, fin dai tempi antichi, gli esseri umani riescono a far fronte più o meno bene alla loro vulnerabilità dovuta al destino, inclusa la mortalità, attraverso misure di prevenzione immaginaria e di equipaggiamento mentale» (pag. 13). Il concetto di antropotecnica si innesta su questo terzo tipo di sistema immunitario. L’antropotecnica è l’insieme di quelle pratiche effettuate dagli essere umani per migliorare il loro sistema immunitario e proteggersi dai pericoli, ossia «le condotte mentali e fisiche basate sull’esercizio, con le quali gli esseri umani delle culture più svariate hanno tentato di ottimizzare il loro status immunitario sia cosmico sia sociale, dinnanzi a vaghi rischi per la propria vita e a profonde certezze di morire» (pag. 14).
Proprio per via di questo, per mezzo dell’antropotecnica, l’essere umano vive costantemente sotto il giogo dell’autoproduzione di sé, del mantenimento o del miglioramento delle proprie prestazioni. Questo fenomeno contraddistinguerebbe l’uomo da quando lo conosciamo, poiché lungo tutto il corso dei secoli si sono effettuati gli esercizi più disparati. Tuttavia, è nel nostro secolo che viene raggiunto l’apice, tanto che Sloterdijk afferma: «È tempo di disvelare l’essere umano come quell’essere vivente che nasce dalla ripetizione. Così come, dal punto di vista cognitivo, l’Ottocento si trovava sotto il segno della produzione, mentre il Novecento sotto il segno della riflessività, l’avvenire si presenterà sotto il segno dell’exercitium» (pag. 7).
L’uomo viene considerato come un essere in difetto per essenza, al quale manca sempre qualcosa che deve imparare a ottenere, a conquistare. La conquista è situata a un livello superiore, per questo egli vive una costante tensione verticale. Lungo una serrata analisi su quelli che Sloterdijk chiama ‘storpi’, emerge che questi individui si sottopongono costantemente a degli esercizi al fine di giungere a un livello superiore, considerato la normalità o in altri casi addirittura al di sopra della norma. Se le cose stanno in questo modo, allora tutti gli uomini sono storpi che si esercitano per mantenere lo standard della normalità o innalzarsi al di sopra di essa. Senza esercizio lo storpio (ossia ogni uomo) sarebbe tagliato fuori irrimediabilmente dalla norma. Una definizione utilizzata riguardo ai nani è molto istruttiva e può essere estesa a tutti gli uomini. Dapprima «gli individui affetti da nanismo vennero classificati come storpi in relazione alla crescita» (pag. 74). In seguito vennero chiamati “handicappati in relazione alla crescita dimensionale”; dopo che anche la parola “handicap” divenne politicamente scorretta, vennero definiti “diversamente abili in relazione alle dimensioni”. Infine, negli anni Ottanta del Novecento furono battezzati “persone alle prese con la verticalità”. Sloterdijk ritiene che questa definizione esprima una condizione essenziale non solo dei nani ma di tutti gli uomini: «Bisognava parlare dei disabili, di chi ha una complessione diversa, per arrivare a una formulazione che esprimesse la costituzione universale degli esseri soggetti a una tensione verticale» (pag. 74).
L’uomo è alle prese con la verticalità non solo come fatto fisico, ma, potremmo dire, come progetto strutturale psicosomatico: «Non è l’andatura eretta che fa dell’uomo un uomo, ma è la consapevolezza embrionale del divario interiore che porta l’uomo in posizione eretta» (pag. 74).
È per questo che, condannati a una connaturata insufficienza fisica e a un perenne desiderio di miglioramento e perfezionamento, «in qualunque luogo si incontrino membri del genere umano, essi rivelano ovunque i tratti di un essere condannato a compiere una fatica surreale. Chi cerca esseri umani troverà acrobati» (pag. 19). L’acrobatica (ossia l’essenza del modo di vivere umano) fa sì che ogni cosa che in precedenza appariva ardua, progressivamente venga vista come sempre più semplice, fino a che acquisisce lo statuto di normalità; di qui l’eterna tensione che porta a innalzare i canoni della normalità e a spingersi sempre più oltre: «Tale processo trasforma le massime difficoltà di ieri in passeggiate che, subito dopo, possono facilmente affrontare anche persone non allenate. […] Quanto è valso finora costituisce il campo base per l’ascesa successiva. Da qui in poi, l’unico sentiero percorribile è quello acrobatico» (pag. 151). L’umanità è in perenne tensione, è sempre sospesa su una fune che percorre in punta di piedi, tra tribolazioni e rischi mortali: è per questo che «chi cerca uomini trova asceti e chi osserva asceti scopre acrobati» (pag. 76).
L’acrobazia scardina la banalità dell’abitudine, rinnova costantemente l’altrimenti sterile ripetizione degli esercizi: «L’esistenza acrobatica toglie banalità alla vita, ponendo la ripetizione al servizio dell’irripetibile. Essa trasforma tutti i passi in primi passi, perché ciascuno può essere l’ultimo. Per essa esiste una sola azione etica: andare oltre ogni condizione data, conquistando l’improbabile» (pag. 254). L’improbabile rasenta l’impossibile, è una possibilità quasi impossibile; quanto più si accosta all’impossibile, tanto più è vicina alla morte se è vero che, per dirla con Heidegger, la morte è la possibilità dell’impossibilità. L’acrobazia è acciuffare la realtà della morte per scagliarla sempre più oltre. L’acrobata tende all’impossibile, ossia alla realtà della morte. Camminando sulla corda dell’improbabile, il funambolo è sempre sull’orlo del precipizio, ma costantemente al di sopra della morte. Solo quando cade il funambolo è reale. Il movimento verso la morte è all’origine della rivoluzione, che parte necessariamente dal soggetto. Per certi versi, la sola cosa che si può contrapporre alla natura (nel modo del suo completamento) non è la cultura, ma ciò che fonda la cultura, ossia l’acrobatica, in quanto questa è «sovversione dall’alto, […] cammina sopra e oltre l’“esistente”. Il principio sovversivo, o meglio, sopravversivo, non alberga nell’Über di Überheblichkeit (arroganza), né alberga nell’hyper di hybris o nel super di superbia, ma nell’“acro” di acrobatica. Il termine “acrobatica” rimanda all’espressione greca usata per indicare il camminare sulle punte dei piedi (da akros, alto, in cima, e bainein, andare, camminare). Designa la forma più elementare della naturale contronaturalità.» (pag. 155).
Ecco che così un libro austero sul perfezionamento virtuosistico si ammanta di una patina circense e ludica, che costa sacrificio, ma che permette di giungere a qualcosa che i filosofi hanno stentato a riconoscere, ossia al superuomo. Con la morte di Dio «è morto anche il suo vassallo, l’uomo come lo abbiamo finora conosciuto» (pag. 141). Non potendosi più rappresentare dio, l’uomo è privato di simboli. Dunque se si vuole trovare un sostituto all’uomo simbolico che si rappresentava dio non si può che rivolgersi a una nuova categoria, che sia più animale dell’uomo com’era e al contempo vada oltre questo tipo di uomo. Tale nuova tipologia viene ravvisata nell’acrobata circense, sulla scorta del funambolo nicciano addestrato a botte e magri bocconi. Il superuomo è un funambolo: «Chi sta in bilico sulla fune sospesa vive per fornire agli spettatori un motivo per guardare in alto» (pag. 142). Proprio in questo stare in alto e far sì che gli spettatori rivolgano gli sguardi verso quella direzione è racchiuso il senso del “super”: «L’uomo del “super” è l’acrobata, che attira lo sguardo proprio dove sta agendo. Per lui l’esistenza (Dasein, “esser qua”) significa essere là in alto (da oben sein)» (pag. 143).
L’esistenza stessa, non solo quella dell’uomo, anche considerata da un punto di vista meramente biologico si presenta come la più ardua delle acrobazie: un’immensa varietà di forme ha attraversato la vita in punta di piedi, su una fune sospesa sopra l’abisso dell’estinzione: «Ogni artista, ossia ogni specie, cerca di realizzare l’acrobazia delle acrobazie, vale a dire sopravvivere» (pag. 144). Considerato che circa il novanta per cento delle specie finora comparse sulla terra si è estinto, «il concetto di “rischio professionale” assume un significato per nulla triviale. Da questo punto di vista, la biologia diventa una thanatologia storica» (pag. 144).
In questo quadro, il superuomo non si riferisce a nessuna modificazione genetica o direttamente corporea dell’uomo. L’ascesi muove il corpo facendogli toccare vette improponibili alla normalità; il superuomo è un acrobata circense: esso «non implica alcun programma biologico, bensì un programma circense, per non dire acrobatico» (pag. 139).
La spinta verso l’ascesi non proviene da un’istanza trascendente, né tantomeno si tratta di un comando divino. In realtà, anche se il meccanismo non è del tutto chiaro (spinta sociale? Istinto individuale? Condizionamenti culturali o psichici?) è una sorta di voce interiore che comanda il cambiamento di vita che si dovrà effettuare. Il monito “Devi cambiare la tua vita” è l’imperativo assoluto «che supera l’alternativa tra ipotetico e categorico» (pag. 33). Addirittura la rivoluzione (coniugata alla seconda persona) comincia da questo imperativo (cfr. ibidem). La voce che impone questo cambiamento è come se provenisse da una dimensione superiore ma interna al soggetto, come se rappresentasse la parte migliore della volontà: «Io vivo, ma qualcosa mi dice con autorità inconfutabile: non vivi ancora correttamente. L’autorità numinosa della forma gode del privilegio di rivolgersi a me con un “tu devi”: è l’autorità di una vita diversa da questa vita» (ibidem).
Tuttavia, c’è da considerare che l’uomo non è connaturatamente un soggetto. Spesso si ripete che il soggetto è una costruzione. Se questo fosse vero, l’ipotesi di Sloterdijk sarebbe illuminante, in quanto il soggetto non è, ma diviene, perché è soggetto «chi si dedica a un programma per eliminare da se stesso la passività e passa dal mero essere-formato al versante del darsi-forma» (pag. 239). Questa attivazione, o fuoriuscita dalla passività, prende il nome particolare di ‘conversione’. Essa non significa cambiare idea, passare da una credenza a un’altra, ma è il divenire soggetti, soggettivarsi, passare dalla passività all’attività. Per questo le conversioni comunemente intese non lo sono affatto, almeno stando a questi termini. È l’esercizio che fa il soggetto; ogni esercizio è un’ascesi che conduce all’acrobazia. Sloterdijk radicalizza l’affermazione di Nietzsche per cui la terra sarebbe una stella ascetica e giunge a dire che il nostro pianeta è la stella acrobatica (cfr. pag. 240), ove per acrobatica si intende la pratica che fa «apparire l’impossibile come un facile esercizio» (ibidem).
L’uscita dalla corrente, ossia la conversione da uno stile di vita comune all’ascesi acrobatica, deve avvenire in tre modi, in quanto ci sono tre sponde, tre mete a cui si deve giungere: bisogna passare sull’altra sponda delle passioni, «per essere padrone del patimento; […] sull’altra sponda delle abitudini, per non limitarsi a essere posseduto, ma per possederle»; infine, «osservando che la sua psiche è popolata da idee confuse, [il soggetto] comincia a capire quanto auspicabile sarebbe giungere sull’altra sponda di idee, per […] sviluppare idee logicamente stabili» (pag. 238). Questi tre cambiamenti di sponda hanno permesso la fondazione di una nuova disciplina che Platone ha chiamato ‘filosofia’, modellando la parola sui termini filotimia (l’amore per la fama attribuita ai vincitori nelle gare) e filoponia (l’amore per la fatica, lo sforzo).
Tuttavia, il motto che fa da titolo al libro assume un significato del tutto particolare nella nostra condizione storica. L’attuale modello di società capitalistica occidentale ha quasi del tutto messo al bando l’ascesi e con essa la fuga dal mondo: «Ci vengono garantiti tutti i diritti umani, escluso il diritto di espatriare dalla concretezza. Per questo, con il passare del tempo, spariscono le enclave meditative e si sciolgono le convivenze di chi professa l’estraneità al mondo. Si spopolano i deserti salvifici, si svuotano i conventi, i vacanzieri subentrano ai monaci, le ferie sostituiscono la fuga dal mondo. I mondi intermedi del relax conferiscono senso empirico al cielo e al nirvana» (pag. 538).
Così l’imperativo “Devi cambiare la tua vita” riflette la nostra condizione mondiale e indica che «nel mondo attuale l’unico fatto di significato etico universale è l’idea, sempre più diffusa ovunque, che le cose non possono più andare avanti così» (pag. 545). L’autorità che dice il nuovo imperativo assoluto è la crisi globale, la quale è come un apostolo della catastrofe globale. Come una nuova divinità e al pari del dio del monoteismo, la “Grande Catastrofe” ha inviato i suoi messaggeri, che vengono scacciati come profeti seccatori e molesti. Non ci si può sottrarre a questo imperativo: «Da quando è iniziata la catastrofe globale, con il suo parziale disvelamento, è comparsa nel mondo una nuova configurazione dell’imperativo assoluto, che si indirizza a tutti e a nessuno sotto forma di severo ammonimento: cambia vita! Altrimenti prima o poi il completo disvelamento della crisi vi dimostrerà che cosa vi siete lasciati sfuggire all’epoca dei segni preliminari» (pag. 547).
In questo contesto, la filosofia assumerebbe una nuova funzione: non più ala trascinante verso un mondo migliore rispetto all’Età del Ferro di un mondo fatto di stenti; bensì diviene una narratrice, «un consulente incaricato di illustrare il vantaggio derivante dal non vivere più nell’Età del Ferro. Diventa uno studio di traduzione, che trasforma il sapere eroico in sapere civile» (pag. 520). L’Occidente sembra avere invertito la mitica tendenza al decadimento e dall’Età del Ferro è risalita a un’Età dell’Argento. Sloterdijk pone i seguenti interrogativi: «Riusciremo a stabilizzare gli standard tipici dell’Età dell’Argento, comparsa in modo episodico, oppure siamo davanti a una ricaduta in un’Età del Ferro, della cui imminenza sono convinti vecchi e nuovi realisti, i quali non da ultimo ricordano che più di due terzi dell’umanità non ne sono mai usciti?» (pag. 522).
Nell’ultimo scorcio del libro, come soluzione per la decadenza, fanno capolino sparsi ammiccamenti al comunismo, a partire da questa affermazione: «Tutta la storia è storia di lotte tra sistemi immunitari» (pag. 555). Tuttavia adesso il sistema immunitario ha assunto dimensioni globali ed è in gioco la sopravvivenza stessa dell’essere umano o forse anche di buona parte di altre specie viventi. Dunque, «l’Immunologia generale è l’erede legittima della metafisica e la reale teoria delle “religioni”» (ibidem). Grazie a essa cadono tutte le distinzioni tra amico e nemico e perfino tra esterno e interno: «Chi continua a seguire la linea delle separazioni finora invalse tra sfera personale e sfera estranea produce deficit immunitari non solamente per altri, ma anche per se stesso» (ibidem). Nell’attuale stato di cose, la sfera personale coincide con la sfera globale, siamo in un sistema co-immunitario in cui l’interno da difendere è costituito dalla Terra e l’esterno dall’eccessivo sfruttamento. Una delle idee “ragionevoli” del comunismo, secondo Sloterdijk, è quella per cui «i supremi interessi comuni e di vitale importanza possano realizzarsi solamente in un orizzonte di ascesi universali e cooperative» (pag. 556). Questa idea potrebbe contribuire a creare una macrostruttra globale e coimmunitaria che Sloterdijk chiama “civilità”: «Le sue regole monastiche vanno redatte ora o mai più. Esse codificheranno quelle antropotecniche che risultano conformi all’esistenza nel contesto di tutti i contesti. Voler vivere al loro cospetto significherebbe prendere la decisione di assumere, in esercizi quotidiani, le buone abitudini di una sopravvivenza comune» (ibidem).
Certo, il libro di Sloterdijk è un grande libro; tuttavia, a volte sembra viziato del difetto intrinseco di ogni virtuosismo. Quest’ultimo si dispiega in estensione, spesso a scapito dell’intensità. Devi cambiare la tua vita accede a profondità notevoli, ma a volte capita che l’estrema perizia tecnica scivoli sulla superficie delle cose, lasciando impensato il nocciolo delle questioni.
Viene, così, quasi spontaneo chiedersi se davvero la religione non esista. Se anche fosse vero che essa è solo un insieme complesso di esercizi spirituali, cionondimeno potremmo continuare a dire che la religione è proprio questo e quindi esiste. Negare la realtà di qualcosa è tutt’uno con la semplice sostituzione di una definizione con un’altra? Ovviamente no. Insomma, abbiamo svelato il segreto di Pulcinella, ossia che la credenza religiosa e la superstizione non sono poi cose molto diverse; ma, pur con tutto ciò, siamo ben lungi dalla negazione tout court dell’effettiva esistenza di quelle pratiche ascetiche e di quegli esercizi spirituali a cui diamo nome di ‘religione’. Possiamo chiamare quell’insieme di pratiche come meglio ci pare; tuttavia permane il fatto duro e bruto che esse sussistono. Non è che tolto il nome, allora vengono meno le pratiche.
Oltre a questo, abbiamo visto come Sloterdijk opponga all’imminente Grande Catastrofe planetaria un ascetismo di stampo globale e di matrice comunista, almeno per quel che riguarda l’assunzione di qualche ‘idea ragionevole’ del marxismo. Ora, la Grande Catastrofe, se mai dovesse avvenire, può verificarsi solo perché in passato l’Occidente è risalito dall’Età del Ferro, fatta di stenti, all’Età dell’Argento, che si contraddistingue per la progressiva e pervasiva esclusione delle ascesi. Per mantenere gli standard di vita occidentali dell’Età dell’Argento, Sloterdijk propone di ritornare a una civiltà fatta di ascesi stabilite da una sorta di regola monastica. Questa nuova Età dell’Argento, così mantenuta e perpetuata, in cosa sarebbe, allora, diversa dall’Età del Ferro dalla quale vuole preservarsi? Manterrebbe solo la struttura dell’Età dell’Argento, ma in effetti non sarebbe nient’altro che una nuova Età del Ferro sotto mentite spoglie, fatta di privazioni, stenti e rinunce. Non solo: a questo si aggiungerebbe il paradosso per cui una ‘idea ragionevole’ del comunismo (ossia, lo ricordiamo, quella per cui «i supremi interessi comuni e di vitale importanza possano realizzarsi solamente in un orizzonte di ascesi universali e cooperative»), servirebbe a mantenere in vita l’impianto occidentale capitalistico!
In definitiva, ci sembra che la meta a cui vuole condurre il monito che titola il libro sia tanto indefinita da essere in qualche modo giusta e appropriata in ogni caso e per ognuno; la strada indicata da Sloterdijk incontra qua e là qualche pietra d’inciampo, qualche ostacolo o deviazione che conduce a un vicolo cieco, quasi che qualche buontempone avesse girato a nostra insaputa la freccia che indicava il percorso giusto.
Il virtuosismo non accetta mezze misure e si ottiene al prezzo di rinunciare al mondo. Per il virtuoso esiste solo il proprio strumento, come per il funambolo esiste solo la corda. Il pubblico è di sotto o tra gli spalti, troppo piccolo o troppo lontano per essere distinto. Se ascesi dev’essere, bisogna cambiare la propria vita abbandonando ogni pretesa dell’Età dell’Argento. Solo allora «il Paese del sorriso» sarà «abitato da acrobati storpi» (pag. 59).