Filosofia e psicologia

Einaudi, 2000
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Questo libro di Pascal Engel è di certo il prodotto di un progetto assai delicato, e a prima vista disperato. Se consideriamo la portata dell’oggetto che è sotto indagine, come si evince dal titolo, dalla lettura emerge che si tratta di un lavoro che non nasce prendendo le mosse in maniera a-critica da un paradigma, piuttosto che da un altro, e dal tentativo, oggi purtroppo frequente, di immettere sul mercato globale valuta locale, provinciale.

Nel caso di Engel quanto detto vale due volte. Vedremo perché. Per adesso mettiamo in evidenza alcuni degli obiettivi del saggio e le sue tesi principali.

Engel intende dimostrare che, oggi più che mai, esistono buoni argomenti per rivedere quella tradizione che inizia almeno con Kant secondo la quale norma e natura sono cose di genere assolutamente diverso. Se le regole necessarie non devono essere confuse con quelle solo contingenti, allora bisognerà evocare, sulla scia di Husserl nelle Ricerche Logiche, la minaccia di una metabasis eis allo genos in tutte quelle occasioni in cui la filosofia sarà avvicinata dalla ricerca empirica. Nel XIX secolo sarà Frege a sancire la Grande Divisione invitando a tenere sempre separate le leggi dell’essere vero da quelle del ritenere vero. Mettere in questione questa importante tradizione comporta innanzitutto renderne chiara la natura e la genesi, per poi evidenziarne i limiti. Lo scavo che compie Engel ha origine già in opere altrettanto importanti, tra le quali The norm of the Truth (1991).

Se ci fossero dei gironi danteschi ci troveremmo davanti almeno tre scenari, utili a descrivere la situazione alle soglie del ‘900:

  1. Gli psicologisti ‘dannati in eterno’: Avenarius, Erdmann, Mach, Sigwart, Spencer.
  2. Gli antipsicologisti ‘salvati in eterno’: Leibniz, Bolzano, Husserl ( dei Prolegomena, non della Philosophie der Arithmetik, troppo influenzata dalla Psicologia di Brentano), Frege.
  3. Coloro che stanno in equilibrio instabile tra l’inferno dello psicologismo e il paradiso dell’antipsicologismo: Kant, Herbart, Lotze, Natorp, Wundt.

Ma l’indagine di Engel non può coprire solo argomenti di epistemologia o di filosofia della logica, sarebbe un peccato per la filosofia se decidesse di formulare solo domande su ciò che è a priori o concettuale. La scienza sarebbe a priori tagliata fuori, qualsiasi progresso sarebbe un progresso su qualcosa d’altro. Il Dio dantesco peccherebbe di retorica filosofeggiante, e un resoconto della disputa scritto dai ‘salvati’ sarebbe, per simmetria con lo psicologismo, mero filosofismo.

Il libro si apre infatti con una lucida ricostruzione dei rapporti storici tra filosofia e psicologia, senza trascurare il panorama francese. Le cose qui sembrano andare meglio. Bergson riconosce nel problema della libertà il terreno comune a psicologia e metafisica, e Lévy-Bruhl fonda la sua antropologia su una teoria del pensiero. Sartre decide di occuparsi di ‘psicologia fenomenologica’, e Marleau-Ponty arriva a concludere che ‘la psicologia è in realtà ontologia’. Ma nello stesso tempo si sviluppa un’aspra riflessione sulle contraddizioni della psicologia. Foucault (1957) mette in questione la ‘positività’ della ricerca scientifica, e difende l’idea di un’origine economica della ricerca psicologica, citato da Engel: “ In periodi di disoccupazione, la selezione smette di essere una tecnica di integrazione per divenire una tecnica di esclusione e discriminazione … in breve smette di essere una tecnica psicologica per diventare una tecnica economica […] la psicologia diviene una mitologia a misura d’uomo” (in Engel, p. 8-9). Sulla stessa scia anche Georges Canguilhem (1958) tratta la psicologia più come una tecnologia che come una sapienza, utile all’asservimento dell’uomo, trattato come mezzo non come fine, forse più utile per le indagini di una polizia legata al potere.

L’obiettivo di Engel non è quello di difendere la psicologia dai facili attacchi che i filosofi sono sempre pronti a muoverle. Sono piuttosto le tesi filosofiche presenti in questi attacchi che possono contribuire a riformulare la natura dei rapporti tra filosofia e psicologia.

Ma che cos’è lo psicologismo? Tra le definizioni che offre Engel c’è questa: “Lo psicologismo in generale consiste nel confondere sistematicamente ciò che ha natura di una regola o di una norma con un principio di funzionamento o una legge psicologica”(p. 53, corsivo nel testo). Spesso questo termine è associato a quello di naturalismo, dunque è possibile parlare di fallacia psicologistica così come Moore riconosceva in etica il rischio di una fallacia naturalistica. Tra le condizioni che secondo Engel definiscono questa sindrome ne citiamo due: una confusione tra il carattere oggettivo e normativo di verità e principi ( per Frege sono soprattutto quelli logici) con una descrizione della loro origine naturale nella mente; la confusione tra oggettivo e soggettivo, o tra contenuto e rappresentazione. La fallacia che queste condizioni sembrano rigettare non consiste nella semplice confusione tra la spiegazione di un fenomeno oggettivo e la descrizione dei modi in cui la mente umana ne prende coscienza, questa tesi renderebbe lo psicologismo banale, cioè un falso problema. D’altronde neppure Frege nega che abbiamo rappresentazioni delle entità oggettive. La fallacia consiste nel ‘ridurre’ la sfera del normativo, delle ragioni e giustificazioni, dei principi, nei termini di proprietà causali-naturali di tipo psicologico che ne darebbero le condizioni necessarie e sufficienti. È una tesi esplicita sulla natura di certe entità e non sui processi psicologici impliciti nella produzione dei diversi giudizi, principi o entità non naturali. Frege e Husserl entrambi rigettano lo psicologismo logico perché la psicologia empirica dei loro tempi mira a dare ‘la fondazione teoretica essenziale della logica’. Questa fondazione rappresenta un riduzionismo sul piano della spiegazione, ed è ancora più forte di un riduzionismo ontologico. Nel primo caso si cerca di ridurre i concetti di ‘alto livello’ di una scienza a quelli di più ‘basso livello’ di un’altra scienza, senza perdita di significato, neanche cognitivo. Il riduzionismo ontologico sostiene solo che le proprietà di alto livello sono identiche a quelle di basso livello, ma questo non esclude che vi siano dei gaps sul piano della spiegazione, cioè si da la possibilità che i concetti di x possano non essere analiticamente definibili in quelli di y.

Engel ci guida a riflettere su come, in Frege, la tendenza a marcare il carattere soggettivo e variabile dei fatti psicologici sia il correlato della tendenza complementare a relegare i significati in un regno platonico, oggettivo, il cosiddetto terzo regno. Qualcosa di simile ai tre mondi di Popper. Ne segue la facile obiezione a ogni ontologia platonica: come evitare che la mente sia metafisicamente alienata dal regno delle ragioni? Lo stesso Frege considera il Fassen come qualcosa di puramente misterioso, e ciò è conseguenza della tesi della ‘totale’ indipendenza del Gedanke. Potremmo dire con Dummett che Frege “overshot the target”, e come conseguenza l’oggettività è diventata un bel pezzo di ‘mitologia filosofica’.

Engel si assume dunque la responsabilità di mostrarci come sia possibile da un lato garantire autonomia e irriducibilità alle nozioni normative rispetto ai fatti psicologici, e nello stesso tempo riconoscere la dipendenza di norme e ragioni, per quanto riguarda la loro esistenza, dall’universo di questi fatti. È una via di mezzo, uno ‘psicologismo non riduzionistico’, il cui obiettivo è quello di “caratterizzare e descrivere le interazioni tra le proprietà normative del mondo 3 e le proprietà naturali del mondo 2 […] Esso ha come obiettivo non di descrivere de facto i tipi di processi e di rappresentazioni psicologiche che conducono alla formazione delle conoscenze, ma di specificare quelli che dovrebbero essere i tipi di processi che governano la vita psicologica degli agenti umani” (p.87). Occorre adesso specificare quali strumenti Engel utilizza per spiegare la natura del mondo 2 ½, in uno spirito prossimo a quello con cui Peirce riconosceva relazioni necessarie tra questi due regni.

Innanzitutto occorre notare che le accuse di Frege erano rivolte alla psicologia del suo tempo, ossia all’associazionismo. Questo movimento soffriva di una tensione interna tra, da un lato, la ricerca di leggi di associazione tra le rappresentazioni, e dall’altro il carattere idiosincratico di queste ultime. Era dunque legittima l’accusa di vaghezza rivolta a un paradigma che si reggeva in primo luogo sull’introspezione. L’argomento ovviamente perde la propria carica se rivolto alla psicologia scientifica contemporanea. L’uso delle statistiche ha innalzato la soglia oltre la quale un risultato sperimentale è significativo. Inoltre i resoconti soggettivi erano già stati screditati dal comportamentismo. Questi programmi, assieme alla psicologia della forma, la psicologia genetica, il freudismo si sono concentrati soprattutto sulle invarianze transoggettive. E così che William Lyons nel 1986 dimostrando che l’introspezione è un mito culturale prodotto dalla folk psychology intitola il suo libro ‘La scomparsa del’Introspezione’. La psicologia cognitiva concepisce gli eventi mentali come rappresentazioni oggettive non necessariamente coscienti. L’uso delle conoscenze tacite, del know how, di stati sub-dossastici rende urgente ripensare il ruolo di questi processi per l’analisi delle nostre attività ‘superiori’: ragionamento, comprensione linguistica, percezione. L’analisi profonda di Engel su queste nozioni, seguita anche in saggi successivi al libro, è un merito che non è difficile riconoscergli.

Nello stesso tempo Engel deve fare i conti con quella tradizione capeggiata da Wittgenstein nel XX secolo e che ha dato un maggiore vigore alla vecchia tesi della separazione tra cause e ragioni. Il tipo di relazione tra una causa e un effetto risponde, potremmo dire con Wittgenstein, ad una ‘grammatica’ diversa di quella che è all’opera quando si parla della relazione tra ragione ed azione. Kant aveva già ammonito ogni confusione tra legami empirici e concettuali. Wittgenstein è di certo il maggior ostacolo per il tentativo di repsicologizzazione della psicologia che Engel tenta di realizzare col suo progetto di uno psicologismo moderato. Per Wittgenstein si tratta piuttosto di depsicologizzare la psicologia perché la mente appartiene ad un dominio che non può essere quello di fatti naturali descritti da regolarità causali e quindi studiabile scientificamente. Il luogo naturale della mente sarà lo spazio delle ragioni, e per questo la mente non è nella natura, cioè nell’ordine delle cause. Questa posizione, che Engel definisce espressione della tradizione ermeneutica in filosofia, si basa sulla tesi secondo la quale la mente umana sarebbe espressione di ‘forme di vita’, e i ‘fatti’ del mondo dell’uomo non sarebbero fatti naturali, così dunque la psicologia sarebbe falsa, o priva d’oggetto. Basta accontentarsi della nostra psicologia del quotidiano, quella che ci consente di associare ragioni ad azioni.

Engel sintetizza così l’argomento ermeneutico: a) la mente concerne lo spazio logico (‘la grammatica’) delle ragioni, non quello delle cause; b) la psicologia scientifica, se ve ne è una, concerne lo spazio logico delle cause; c) dunque la psicologia non verte sulla mente, ma tutt’al più sulle condizioni causali contingenti delle attività mentali (p.153).

Il lavoro di Engel è caratterizzato da una presa di distanza dalle premesse dell’argomento ermeneutico. Egli dimostra come non sia così scontato che la connessione tra ragioni e azioni sia di natura ‘logica’ o ‘concettuale’. Lo fa dimostrando che le cause possono essere, a certe condizioni, compatibili con le ragioni. Per raggiungere questo obiettivo contrasta l’argomento ermeneutico con la tesi di Davidson secondo la quale ogni spiegazione dell’azione intenzionale comporta la ricerca di ragioni in quanto cause possibili. L’adesione ad una forma della tesi del ‘monismo anomalo’ di Davidson consente ad Engel di rifiutare l’idea che le cause studiate dalla psicologia scientifica siano di natura totalmente diversa da quelle di cui parlano le spiegazioni psicologiche (interpretative) ordinarie. L’argomento è scandito dalle seguenti tesi di Davidson: α) l’idea che le spiegazioni delle azioni e delle credenze siano causali, β) l’idea che, se queste spiegazioni sono causali, esse devono collegarsi in un modo o nell’altro a fatti concernenti la causalità fisica e naturale, γ) l’idea che ciononostante le spiegazioni mentali o psicologiche non si riducono a spiegazioni causali fisiche (p. 133). Dal rifiuto della conclusione dell’argomento ermeneutico ne segue la necessità di stabilire un ponte tra le nostre spiegazioni ermeneutiche e quelle naturalistiche. Bisogna ricercare la compatibilità tra ragioni e cause.

Sono ancora tante le questioni che il nostro autore affronta in questo intenso saggio. Ad esempio uno studio approfondito sulla natura dei concetti, attraverso un attento esame delle principali teorie contemporanee. L’analisi poi dei ragionamenti probabilistici, o delle odierne teorie della mente. E assai degne di nota, le osservazioni sul ruolo della psicologia all’interno dell’epistemologia, in particolare il modo in cui Engel dissolve, più che risolvere, il ‘paradosso della norma’: “ Il nostro concetto di ciò che è una valutazione epistemica, o una norma epistemica, dipende in modo essenziale dal modo in cui noi possiamo descrivere, in termini fattuali, le nostre capacità psicologiche” (p.273).

È da notare come le precedenti recensioni al testo di Engel apparse in italiano abbiano evidenziato dei timidi dubbi sulla realizzabilità della proposta del mondo 2 ½. In particolare Franca D’Agostini ha parlato di proposta ‘ragionevole’ ma non convincente, e Michele Di Francesco ha preferito mantenersi cauto sulla realizzabilità del progetto di integrazione, sulla base dell’incommensurabilità di stili esplicativi. Molto utile la quarta di copertina affidata a Diego Marconi, ovviamente priva per sua natura di note negative, ma importante perché ci fa capire come l’obiettivo della ricostruzione che Engel opera dei rapporti tra psicologia e filosofia, in chiave storica e teoretica, sia quello di evitare le rigide dicotomie, deriva di una apparato concettuale spesso ormai vecchio, in nome di un ‘compatibilismo’ che non ha nulla di dogmatico, che non mira alla sostituzione di una disciplina con un’altra, ma alla contaminazione reciproca nel riconoscimento di una pluralità di metodi e terreni comuni.

Possiamo solo aggiungere come, a distanza di pochi anni dalla pubblicazione di questo saggio, molte delle intuizioni di Engel hanno trovato conferma in importanti indirizzi di ricerca contemporanei. Ad esempio è sempre più vasta la letteratura sui processi cognitivi inconsci che sulla scia di Kilstrom hanno portato alle ricerche di John Bargh e i suoi colleghi (The New Unconscious, 2005, OUP). Robert Hanna (Rationality and Logic, 2006, MIT) ha recentemente sostenuto che la logica è intrinsecamente normativa e psicologia (non più ossimoro?). Marcus Giaquinto ha sostenuto che le scienze cognitive possono spiegare come sia possibile formarsi giudizi sintetici a priori in geometria attraverso il fenomeno della ‘visualizzazione’ (Visual Thinking in Mathematics, 2007, OUP). Oppure, Tim Williamson riconosce che il nostro accesso alle nozioni modali di possibilità e necessità metafisica attraverso l’uso dei condizionali controfattuali è strettamente dipendente dalle nostre capacità cognitive più primitive (The Philosophy of Philosophy, 2007, Blackwell Publishing). La lista sarebbe veramente lunga, ma è meglio fermarsi qui.

Un’ultima osservazione. All’inizio del libro Engel cita un passo di Canguilhem in cui alla psicologia che si pratica alla Sorbona vengono dati due consigli d’orientamento, uscendo da rue Saint-Jacques se si sale si ha la grandiosa prospettiva di accedere al Panthéon, ma se si scende si va verso la Questura, magari finendo complici della polizia. Oggi esistono tante altre alternative ricorda Engel. Ne aggiungo una io. Se si sceglie di salire da rue Saint-Jacques non è detto che il Panthéon sia l’unica meta, proseguendo su rue d’Ulm si incontrerà presto sulla sinistra la grande Ecole Normale Supérieure, dove la filosofia è stata di casa, ed oggi è un bel posto in cui la psicologia può fare nuovi e interessanti incontri al Pavillon Jardin, magari oltre che con la filosofia, con la linguistica, l’antropologia, l’informatica ecc.

Concludo con un bel esempio che Engel utilizza per spiegare il modo in cui processi causali subdossastici e spiegazioni ermeneutiche hanno entrambi diritto alla spiegazione di cos’è il comprendere:

Il livello subpersonale è particolarmente pertinente nei casi di disturbi cognitivi. Nel caso di un individuo afasico o dislessico, si attribuiranno questi disturbi a un disfunzionamento ermeneutico? Certo Huron di Voltaire, quando si precipita al letto di mademoiselle de Saint-Yves che ha appena sposato, manifesta una forma di disfunzionamento ermeneutico: non comprende che, in Europa, non si consuma immediatamente il proprio matrimonio. Non comprende una certa regola. Ma così come sarebbe assurdo presentare Huron a uno psichiatra esperto in disturbi del linguaggio, altrettanto assurdo sarebbe supporre che un afasico o dislessico abbiano soltanto bisogno che gli si spieghi una regola semantica o sociale. Le regole che gli mancano, si può convenire, non sono regole che si possono seguire o non seguire. E tuttavia sono una parte della comprensione, sebbene non spieghino tutta la comprensione (p. 175-176).