Il bambino di Platone. Psicologia e filosofia a confronto sull’origine e lo sviluppo della cognizione morale

Le due torri, Bologna 2018
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Buono, bello, vero, da che mondo è mondo, sono gli ami a cui abbocca stolidamente quel boccalone dell’essere umano, pare per necessità. Appunto lo sforzo che bisogna è comprendere perché giudicare sia per noi affatto necessario e su cosa si fondi il nostro essere giudicanti. Il giudizio, del resto, tende sempre ad avere una componente che possiamo in qualche modo definire morale, pure quando si tratta di questioni veritative o gnoseologiche, e forse questo costituisce uno dei per certi versi malaugurati connotati platonici del pensiero occidentale.

Forse è tanto vero che di Platone non riusciamo a liberarci, al punto che il titolo di questo libro, Il bambino di Platone, può risultare un po’ fuorviante. Nel tentativo del tutto condivisibile di confrontare filosofia e psicologia sull’origine e lo sviluppo della cognizione morale, anche i risultati sperimentali proposti dagli autori dei saggi curati da Francesco Margoni tendono a mostrare come negli esseri umani vi sia quantomeno una struttura innata a fondamento della morale. Ma appunto di struttura trattasi, più che di concetto; più vicina a Kant (come mostrato nell’ultimo capitolo di Sonia Cosio, che probabilmente non a caso chiude il volume) che a Platone; o meglio ancora, più evoluzionistica che idealistica. Come del resto sostiene lo stesso Margoni nel terzo capitolo, dedicato appunto allo sviluppo dei concetti morali: «Oggi una visione innatista sull’origine dei concetti, naturalmente orientata più dalla teoria evoluzionista che dall’impostazione filosofica platonica, è proposta nelle scienze cognitive, dove molti, a partire dalle evidenze sopra esposte sulle capacità di valutazione nella prima infanzia, sostengono l’esistenza di moduli mentali di natura innata dedicati specificatamente all’elaborazione di diversi tipi di giudizi morali» (pagg. 79-80).

Gli studi e gli esperimenti che vengono riportati dagli autori mostrano sostanzialmente due cose: la prima, come detto, è che pare esserci una struttura morale “innata”, prodotta dall’evoluzione, che contraddistingue tutti gli esseri umani; la seconda è che lo sviluppo dei giudizi morali debba essere antedatato a prima dei quattro anni, mentre in età scolare avviene un cambiamento non sulla natura dei giudizi, quanto piuttosto su una serie di abilità che modificano tali giudizi, per esempio per quanto riguarda la sottile distinzione tra intenzioni e conseguenze di un’azione.

Il confronto e lo scambio tra filosofia e psicologia dello sviluppo può rivelarsi davvero proficuo e questo libro è un’utile introduzione a questi temi, poiché pur nella brevità dei saggi (intorno alla quindicina di pagine ciascuno) riesce a fornire una buona panoramica sullo stato della questione. Tuttavia da un punto di vista filosofico occorre tenere presente la distinzione tra genealogia e genetica della morale. Riguardo a quest’ultima la psicologia sperimentale ha da dire forse l’ultima parola, almeno come ogni volta si dice l’ultima parola in questioni di scienza, ossia indefinitamente. Riguardo alla genealogia, spetta alla filosofia mettere in questione gli aspetti fondativi della morale stessa e indagare sui contenuti, su come si sono formati, qual è il senso ultimo non solo della struttura morale, ma dei concetti stessi che su una struttura comune possono essere anche molto diversi tra loro.

Dal punto di vista filosofico, si potrebbe porre una questione di linguaggio. Se ai bambini viene chiesto se chi fa un danno è cattivo, non si sta presupponendo un giudizio morale? Fare un danno è una fatto fisico, la cattiveria è un giudizio morale. È vero che in maniera “innata” gli esseri umani (teniamoci stretti) tendono a evitare il dolore; ma una cosa è scongiurare il dolore e la morte, altra è attribuire a chi li causa il connotato di cattivo e al dolore il male, e all’opposto attribuire il bene e la bontà. Con il nostro linguaggio, nel porre domande ai bambini, non li influenziamo già in senso morale? E poi, interessante sarebbe comprendere quando dal mero fatto fisico dell’evitare un dolore o ricercare un piacere si passa all’astrazione di termini come bene e male.

La prospettiva potrebbe spostarsi e diventare quantomeno antropologico. Se possiamo con una certa sicurezza sostenere che tutti gli esseri umani in tutte le culture (a meno di disfunzioni o malattie) sin dalla nascita e forse anche da qualche mese prima rifuggono il dolore e ricercano il piacere o quantomeno il soddisfacimento dei bisogni, non è così pacifico stabilire né l’età in cui sorgono, né l’univocità, né l’astrazione dei giudizi morali. Perché sì, probabilmente è vero che sul fondamento di dolore/danno/piacere/soddisfacimento del bisogno la struttura morale è in qualche modo innata, geneticamente iscritta nei nostri corpi, ma non ne conseguenze necessariamente né che la morale possa essere uguale per tutti, né che ciò che noi chiamiamo morale sia percepita come tale in culture diverse.

Sarebbe interessante confrontare l’insorgenza della distinzione tra intenzioni e conseguenza di un’azione in culture molto differenti. Nel sesto capitolo di questo libro, scritto da Dario Bacchini, che tratta del rapporto tra moralità e religione, troviamo appunto un esempio dello scarto tra ciò che viene ritenuto un principio assoluto nella cultura occidentale e in quella indiana: «In un noto studio in cui vennero confrontati indiani e statunitensi, risultò che per i bramini indiani, ma non per gli statunitensi, erano universalmente condannabili pratiche che si riferivano, ad esempio, alla uguaglianza dei compiti tra maschi e femmine o il mangiare carne di vacca. Sia indiani che americani ritenevano condannabili moralmente comportamenti quali l’omissione di soccorso, favorire qualcuno attraverso il nepotismo o strappare senza motivo dei fiori da un vaso. Gli indiani, ma non gli americani, però, consideravano alcune azioni come giocare a carte con le amiche mentre il marito prepara la cena, esempi di condotta immorale» (pagg. 132-133).

È chiaro che stiamo parlando di adulti inseriti in contesti molto differenti tra loro, ma il problema, mutatis mutandis, diventa decisivo quando agli adulti sostituiamo i bambini: quando e come nasce la distinzione tra ciò che viene giudicato sbagliato perché lo impone un’autorità e ciò che viene giudicato sbagliato in assoluto, anche in assenza di norme o autorità? E da qui sorge un’ulteriore domanda: esistono o sono possibili culture in cui niente viene giudicato sbagliato in assoluto ma solo in riferimento a leggi o autorità? E ancora: esistono o sono possibili società in cui non si sviluppa un’astrazione morale giudicante, ma solo una valutazione basata sui danni o sul dolore provocato dalle azioni?

Ecco, se proprio dovessi scegliere quale filosofo appioppare a un bambino, direi che più che per Platone propenderei per un bambino di Spinoza. Almeno starebbe quieto.

(Fermo restando che poi, al diavolo le astrazioni filosofiche; scilicet, al diavolo la morale.)

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