Il cervello del XXI secolo

Codice edizioni, 2005. Trad. di Elisa Faravelli; ediz. speciale per «Le Scienze», n. 469/2007, pp. VIII-397
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Il cervello non è un organo unico e monocorde ma rappresenta un insieme plastico e variegato di strutture, «un insieme di processi dinamici, parzialmente correlati e parzialmente indipendenti» (p. 7). Legato all’intera corporeità vivente, esso interagisce costantemente con il mondo, con l’insieme di stimoli, di colori, odori, suoni, forme ed eventi che la corporeità percepisce e al quale il cervello insieme a tutto il corpo cerca di dare un significato unitario e coerente. Infatti, conferma Steven Rose, «i cervelli e i corpi sono sistemi aperti, non chiusi, in costante interazione con il mondo materiale, biologico e sociale esterno» (p. 206).

La coscienza è anche il dinamismo ininterrotto del corpo/mondo, il continuo e complesso legame dei neuroni, delle sinapsi, delle cellule gliali con tutta la corporeità immersa nel passato, coinvolta nel presente, rivolta al futuro. La coscienza è dunque la percezione che il corpo ha di se stesso come flusso temporale, è la relazione tra il corpo e gli eventi. Proprio per questo legame intrinseco col tempo che essa stessa è, la coscienza/mente è intrisa di emozioni, le quali costituiscono la reazione immediata del corpo agli stimoli che vengono offerti dall’ambiente e dall’intera realtà. Anche sulla scorta delle categorie esplicative di Damasio e dell’importanza da questi attribuita alle emozioni, Rose ritiene che esse siano uno degli aspetti caratterizzanti il cervello umano, tanto che «per comprendere l’evoluzione dei cervelli e del comportamento e l’emergenza dell’umanità, dobbiamo come minimo insistere su emotio, ergo sum» (p. 69).

Insieme alle percezioni e alle emozioni, l’identità della mente/cervello è costituita dalla memoria, anch’essa dinamica e molteplice, non una struttura ma una funzione che consente ai ricordi di non rimanere «rinchiusi all’interno di qualche deposito stabile» e di distribuirsi in modo diffuso nell’intera massa cerebrale e anche oltre essa (p. 200). La memoria esiste, infatti, nell’atto stesso del ricordare, non prima o dopo di esso; il ricordare è «un evento attivo, non passivo, e attinge a una varietà di processi cognitivi ed emotivi» (p. 203).

Una simile complessità non può essere compresa –e dunque nemmeno curata– da una scienza riduzionistica, parcellizzante, puramente organicistica invece che integralmente corporea. Al riduzionismo, Rose contrappone l’autopoiesi di Maturana e Varela come modalità assai più plausibile di evoluzione e costruzione del cervello. Criticando quelle che definisce «le assunzioni implicite della mia disciplina» -e cioè delle neuroscienze- l’Autore scrive che

la mente è più vasta del cervello. I processi mentali e coscienti –insisterò opponendomi a gran parte della filosofia contemporanea- sono essi stessi proprietà evolute e funzionalmente adattative essenziali per la sopravvivenza umana: non sono scesi dal cielo e nemmeno sono proprietà addizionali prive di funzione, conseguenze epifenomeniche del possesso di grandi cervelli che non hanno di per sé un potere causale. Giungerò a tale conclusione seguendo una via interamente materialistica (p. 108).

È in brani come questo che Rose mostra, in realtà, una grave ingenuità filosofica. Che la mente si riduca al cervello non è, infatti, la filosofia a sostenerlo ma i suoi avversari scientisti e i filosofi che nutrono un complesso di inferiorità epistemologico verso le scienze dure. E, più in generale, le molte tesi e argomentazioni pur condivisibili di questo libro sono spesso invalidate da un pregiudizio antifilosofico che deriva da una ignoranza quasi rivendicata della filosofia stessa, ridotta a semplice “elucubrazione”. Rose insiste giustamente sulla necessità di superare antiche dicotomie come natura/cultura, mente/corpo, geni/apprendimento ma a tentare questo oltrepassamento è proprio la più avvertita riflessione filosofica, sono quei biologi le cui indagini sono aperte a essa e si avvalgono dei suoi risultati. Rose, invece, non cita mai scienziati del comportamento come Konrad Lorenz o Irenäus Eibl-Eibesfeldt e formula critiche durissime nei confronti di studiosi di confine come Edward Wilson e Steven Pinker. Un disprezzo per la filosofia che lo fa cadere sia in truismi che in contraddizioni. Una delle più evidenti è l’assunto generale –e naturalmente corretto- secondo cui «non esiste alcun albero della vita con gli esseri umani collocati sul ramo più alto; nessuna scala naturae, nessun superiore o inferiore, nessun più o meno primitivo» (p. 27), che però viene poi coniugato con una rivendicazione costante della unicità dell’essere umano che sarebbe frutto del suo libero arbitrio e della sua capacità di emergere dalla natura distanziandosi da essa. Rose ricade così in pieno nel dualismo natura/cultura e non offre, in realtà, argomenti generali contro il determinismo, il cui significato filosofico liquida con espressioni piuttosto rozze come le seguenti: «ho cercato di spiegare perché –sebbene io consideri i dibattiti sui cosiddetti “libero arbitrio” e “determinismo” come peculiari aberrazioni della tradizione filosofica occidentale- come esseri umani noi siamo radicalmente indeterminati; vivendo interfacciati con molteplici determinismi diventiamo cioè liberi di costruire il nostro futuro anche se in circostanze che non abbiamo scelto noi» (pp. 379-380). Strana logica davvero, quella per la quale il legame con molteplici realtà di un certo tipo generi una conseguenza di tipo completamente opposto.
Molte altre affermazioni e tesi sono, invece, meglio argomentate e sicuramente più corrispondenti alla realtà delle cose. L’Autore critica la pretesa di molti suoi colleghi di spiegare la coscienza umana tramite le tecnologie di scansione del cervello; mostra in modo efficace quanto psichiatria e psicologia siano delle pseudo-scienze (come gli esperimenti di David Rosenhan nel 1973 e di Lauren Slater nel 2003 hanno confermato); denuncia una delle conseguenze più gravi del panpsicologismo di cui le società “avanzate” sono pervase, e cioè la «crescente tendenza a medicalizzare l’angoscia sociale», la tristezza interiore, la condizione umana in quanto tale «e ad etichettare l’infelicità come uno stato patologico da correggere mediante intervento medico, che sia attraverso l’uso di farmaci o di altre forme di terapia» (p. 356), farmaci la cui pericolosità è più volte denunciata da Rose1.

Pur critico sugli sviluppi futuri delle nanotecnologie, dell’ingegneria genetica, della robotica, il libro è lucido nel descriverne le modalità:

Una delle conseguenze di tali sviluppi, già comparsa in forma embrionale, è la graduale fusione di reale e virtuale. (…) Una tale fusione, un tale cambiamento nell’equilibrio degli input sensoriali e delle attività motorie colpirà inevitabilmente, in maniera diretta e in misura apprezzabile, anche le strutture cerebrali. La plasticità del cervello, specialmente durante lo sviluppo, implica che le funzioni esercitate intensamente occupino un maggiore spazio cerebrale e che quello corrispondente alle funzioni relativamente trascurate sia proporzionalmente ridotto. (…) Ciò a cui stiamo assistendo è l’integrazione di un certo numero di tecnologie disparate derivate dalla genetica, dalla neuroscienze e dalle scienze dell’informazione che, separatamente ma in maniera sempre più sinergica, hanno la potenzialità di alterare profondamente non solo la forma delle nostre vite quotidiane e delle società in cui siamo collocati, ma il destino futuro dell’umanità stessa (pp. 373-374).

Dove l’Autore coglie molto bene la peculiarità della mente/cervello è nel caratterizzarne il luogo specifico come spazio del significato, come semantica: «le nostre menti lavorano con il significato, non con l’informazione» (p. 259) e l’informazione stessa «è vuota senza un sistema in grado di interpretarla, di darle un significato» (p. 69). La dimensione semantica si esplica sia al livello della memoria –«le memorie biologiche sono significati viventi, non vuote informazioni» (p. 202)- che a quello di base dei neuroni: «le stesse immagini evocano differenti risposte nella corteccia visiva a seconda del contesto in cui devono essere valutate. La corteccia non si limita a ricevere gli input ma è attivamente coinvolta nell’interpretazione del contesto, nella trasformazione dell’input in percezione» (p. 195).

Quello di Rose è dunque un testo con molti elementi interessanti, che presenta delle tesi chiaramente filosofiche senza però poterle sviluppare e motivare adeguatamente proprio a causa del pregiudiziale rifiuto della filosofia. È, inoltre, un libro squilibrato nelle sue parti e spesso ripetitivo. C’è di meglio, insomma, per introdursi alle scienze della mente/cervello ma rimane significativo e molto positivo che un neurobiologo esplicitamente materialista esprima tutta la sua insofferenza scientifica verso le diverse forme di riduzionismo.

1 Che è soprattutto un biochimico e quindi sa di che cosa parla quando affronta questo argomento: «introdurre una nuova sostanza chimica nel corpo equivale a lanciare una mina vagante che potrebbe produrre effetti molteplici –sia desiderati sia indesiderati- su molti sistemi enzimatici e cellulari» (p. 289). Non solo: «qualsiasi incremento futuro nel potere di controllare e manipolare proverrà in gran parte dall’industria farmaceutica» (p. 362). Più in generale, Rose è giustamente assai critico nel confronti della tendenza a utilizzare le neurotecnologie in ambito militare e di controllo sociale, fino a denunciare in modo esplicito l’«accresciuta atmosfera di terrore e repressione che ha dominato gli Stati Uniti, e in misura inferiore i paesi europei, dopo l’11 settembre 2001» (p. 340).