Il racconto e la scrittura

Carocci, Roma 2014
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Il mosaico che stanno componendo Adriana Destro e Mauro Pesce è davvero ammirevole. Con ogni nuova pubblicazione aggiungono una tessera che contribuisce al quadro d’insieme, volto a ricostruire l’immagine dei primissimi secoli o addirittura decenni dello sviluppo del cristianesimo. Soprattutto ci stanno fornendo gli strumenti essenziali e imprescindibili per cogliere finalmente senza pregiudizi, ideologie o dogmi quanto è da considerarsi storicamente plausibile riguardo all’uomo Gesù.

Da questo punto di vista, è sicuramente da rilevare che debbono rivestire la stessa importanza delle opere ritenute canoniche (i quattro vangeli del Nuovo Testamento, gli Atti degli Apostoli, le lettere di Paolo…) i testi considerati apocrifi. Forse è questa l’unica critica che si può muovere a questo libro: in maniera affatto condivisibile, gli autori affermano che «tutti gli scritti di seguaci di Gesù dei primi due secoli (indipendentemente dal fatto che siano stati poi considerati canonici) sono fondamentali. Infatti, solo se prendiamo in considerazione tutti questi scritti possiamo renderci conto della pluralità di correnti e raggruppamenti dei seguaci di Gesù» (pag. 21); tuttavia l’analisi, a parte qualche breve commento sul vangelo di Tommaso, si concentrerà sui quattro vangeli poi considerati canonici.

In ogni caso, questo libro, come appunto suggerisce il titolo, cerca di rintracciare le connessioni tra la trasmissione orale delle azioni e della parole di Gesù da una parte, e la messa per iscritto di questi racconti dall’altra. Uno degli assunti fondamentali è che il rapporto non è univoco; generalmente si sostiene che la trasmissione orale abbia preceduto la scrittura, mentre invece gli autori sostengono che l’oralità – sebbene in un prima fase abbia preceduto la scrittura – poi si sia intrecciata con essa. Il libro si correda di tavole riassuntive e mappe che facilitano la comprensione e la visualizzazione di concetti importanti. Da questo punto di vista, molto efficace è la tavola che troviamo a pag. 26, che riassume le quattro fasi di trasmissione della vicenda di Gesù:

  • la prima fase avviene tra i seguaci, con Gesù ancora in vita;
  • a un certo punto – a seguito del trauma della morte in croce – si ha un periodo di interruzione e reinterpretazione;
  • la seconda fase vede la diffusione dei racconti della vicenda di Gesù dopo la morte;
  • la terza, la messa per iscritto di parole, atti, vicende;
  • nella quarta si ha una continuazione della trasmissione orale precedente, una rioralizzazione delle opere scritte e una produzione di nuovi scritti.

Il punto di forza del lavoro dei due studiosi è l’approccio che a una serrata analisi storica congiunge un sostrato antropologico fondamentale per comprendere i processi di trasmissione, memorizzazione e scrittura, nonché i rapporti tra i gruppi di seguaci e il ruolo del “leader” all’interno di questi gruppi (per la concezione di “leader” e l’attribuzione a Gesù di questo ruolo, cfr. la precedente pubblicazione dei due autori, La morte di Gesù, Rizzoli, Milano 2014).

Per interpretare storicamente i vangeli, infatti, non basta un’analisi del livello “superficiale” del testo, ossia delle intenzioni esplicite dell’autore e della struttura letteraria e narrativa; a questo livello debbono aggiungersi le analisi storiche e sociali e, livello ulteriore, le analisi antropologiche, che ci restituiscono gli assunti culturali memorizzati. Anche se «ovviamente le analisi storiche, sociologiche e antropologiche devono tener conto dell’organizzazione superficiale del testo. Ma l’analisi letteraria non può costituire lo scopo principale e finale dell’indagine» (pag. 18).

Il libro è diviso in due parti: la prima tratta de “La trasmissione di notizie e i testi”; è la più squisitamente metodologica, nella quale siamo avvertiti del procedimento che bisogna adottare nella considerazione della trasmissione dei vangeli e nell’analisi dei loro testi. Le conclusioni a cui si giunge in questa parte (cfr. pagg. 68-69) sono che alcuni tra i momenti ad essere rimasti più impressi nella memoria dei seguaci sono quelli più particolari, più – potremmo dire – di impatto emotivo: il primo incontro con Gesù, i momenti di convivialità, detti o azioni particolarmente significativi; l’episodio più importante in cui i seguaci sentirono il bisogno di ricordare fu certamente l’evento traumatico della morte in croce, ma ovviamente ci sono altre occasioni in cui i ricordi possono nascere involontariamente o consapevolmente: trovarsi in un luogo in cui Gesù aveva operato, durante una predica o un dibattito in cui il discorso fa sorgere dei ricordi; dopo la morte di Gesù, i seguaci possono ricordare cose diverse o le stesse cose però in modo diverso, come avviene sempre soprattutto nel ricordo di eventi traumatici; un punto molto importante è che «non vi fu un solo luogo in cui si cominciò a ricordare e poi si ripeté diversamente ciò che si era ricordato, ma si misero inseme ricordi in tanti villaggi e insediamenti dove esistevano gruppi di seguaci di Gesù» (pag. 69).

La seconda parte del libro, “La provenienza locale delle informazioni dei vangeli”, è più specifica e analizza i quattro vangeli biblici soprattutto per rintracciare non tanto i luoghi in cui sono stati scritti effettivamente, quanto quelli da cui derivano le informazioni e le trasmissioni: «L’ipotesi principale che presentiamo in questa seconda parte è che i testi dei vangeli permettono – in alcuni casi – la ricostruzione dei luoghi di provenienza delle loro informazioni su Gesù. Vogliamo sottolineare però che non parliamo del luogo di redazione dei vangeli, ma solo del luogo di origine delle loro notizie. Il luogo in cui avviene la scrittura di un vangelo è cosa diversa dal luogo da cui provengono le fonti possedute dal suo autore» (pag. 81).

L’accento è posto sullo spazio. Di solito, infatti, si tende quasi a “disincarnare” i testi di questo tipo e le linee di trasmissione sulle quali si basano. Ancorare tutto ciò in determinati luoghi (oltre che ovviamente – ma questo è grosso modo più pacifico – in determinati tempi) significa letteralmente rimetterli coi piedi per terra. I gruppi di seguaci di Gesù risiedevano in luoghi determinati, con condizioni sociali, politiche e culturali specifiche, con esigenze e obiettivi spesso in contrasto non soltanto con istituzioni politiche o religioni diverse, ma anche con altri gruppi di seguaci di Gesù che risiedevano in altri luoghi, e che magari avevano credenze diverse, stante la parzialità di informazioni e ricordi che ogni gruppo conservava di Gesù.

Se un evangelista nomina certi luoghi, è perché probabilmente le informazioni di cui è in possesso derivano da seguaci che vivono o hanno vissuto in quei luoghi e che hanno visto o hanno sentito dire qualcosa che Gesù avrebbe detto o fatto in quei posti stessi. Da questo primo livello – il semplice nominare un luogo – si deve distinguere un livello successivo che è quello dell’inserimento di un luogo in un contesto narrativo (il cui primo esempio è probabilmente il vangelo di Marco, in quanto la fonte Q – per quanto se ne può ipotizzare –, le lettere di Paolo e il vangelo di Tommaso non avvertono l’esigenza di una narrazione). Paradigmatico è appunto il caso di Marco: la redazione del suo vangelo «induce a pensare che Marco, per dare uno scenario spaziale preciso all’attività di Gesù, si sia limitato a usare indicazioni di luogo tratte dai seguaci di Gesù, dalle cui informazioni dipendeva, inserendole in una successione di trasferimenti o spostamenti di Gesù sul territorio. È questa successione di trasferimenti ad essere in gran parte una sua creazione narrativa, non le indicazioni d luogo per i singoli episodi» (pag. 110).

Ovviamente, la determinazione dei luoghi può essere utilizzata anche per garantire la precisione di un’informazione, ossia per aumentare l’autorità della fonte. Ma è interessante notare come vi siano discrepanze notevoli tra i quattro vangeli canonici riguardo ai luoghi in cui sono collocati degli stessi eventi; per esempio Luca sposta dalla Galilea in altri luoghi ciò che Marco aveva situato in tale regione (cfr. pag. 114). Tale discrepanza, quando non deriva da fonti diverse e dall’ignoranza di altre fonti, a volte cela un intervento correttivo, probabilmente dovuto a una polemica o a un contrasto con un’informazione diversa, anche perché tanto spesso tra i vari gruppi «l’ignoranza reciproca è diffusa. I discepoli situati in località diverse, che hanno informazioni differenti fra loro, non conoscono quelli degli altri gruppi. Quando le informazioni dei diversi gruppi si confrontano, sorgono delle divergenze o dei contrasti» (pag. 117).

Le analisi dell’ultimo capitolo sono volte proprio a individuare le zone da cui i quattro vangeli canonici traggono le loro informazioni. Le quattro mappe specifiche e la quinta mappa conclusiva che presenta in uno sguardo d’insieme i vari luoghi di provenienza dei materiali di questi vangeli chiariscono bene una situazione che così è riassumibile (cfr. pagg. 134-136), tenendo presente che la zona di Gerusalemme, seppur talvolta con diversi gruppi di riferimento, è costante in tutti e quattro: sulla base di Marco si possono immaginare gruppi di seguaci nelle zone di Tiro e Sidone e della Galilea; sulla base di Matteo in Siria, a nord-est della Galilea, a est del del Giordano; sulla base di Luca, nella costa mediterranea della Giudea, in Samaria e ad Antiochia; sulla base di Giovanni, in Galilea attorno a Cana e Tiberiade, nella Giudea, al di là del Giordano, in Samaria.

Questa varietà di gruppi testimonia che l’unità della Chiesa primitiva, soprattutto immediatamente dopo la morte di Gesù (e anche quando lui era in vita), è un falso mito: «Questi diversi gruppi di seguaci di Gesù non costituivano certamente un’unità coesa. Non corrispondono a una supposta, implicita, vasta entità che sarebbe stata la Chiesa o il cristianesimo: erano semplicemente gruppi giudaici all’interno della società giudaica, caratterizzati da varie tendenze di base e da varie esperienze rispetto al messaggio di Gesù» (pag. 136).

Il sottotitolo di questo libro molto chiaro e puntuale è Introduzione alla lettura dei vangeli. Se lo si intende come se dovesse indicare un libro che può renderci più chiari i vangeli da un punto di vista dottrinale o catechistico, ovviamente ci trarrà in inganno, perché il libro non è niente di tutto questo. Piuttosto, ci introduce a una lettura dei vangeli da un punto di vista storico, cercando di eliminare la stratificazione più che millenaria che religioni e ideologie hanno accumulato sopra questi scritti importanti. In essi è la chiave di un percorso cominciato nel segno del confronto, della varietà, della pluralità e che poi ha preteso di mostrarsi come monolitico e assolutistico.

La lettura alla quale questo libro ci introduce è quella di vangeli – testi scritti – che, parlando di un uomo a partire da ricordi e trasmissioni di altri uomini, possono restituirci la figura storica di Gesù. Solo così, da uomini a uomini, possiamo ricostruire storicamente questa figura; indagando anche e soprattutto, come si fa in questo libro, sullo spazio – tutto terreno – dove si sono intrecciati racconti, ricordi, scritture.