Le origini culturali della cognizione umana

Il Mulino, 2003
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Se poniamo mente alla cognitività umana, ovvero al livello specie-specifico di complessità che essa attualmente esibisce e alle abilità di cui è costituita, come non domandarsi se tutto questo sia frutto dei soli meccanismi di variazione genetica e selezione naturale? Michael Tomasello (Le Origini Culturali della Cognizione Umana, trad. it. di M. Ricucci, Il Mulino, Bologna 2003) sostiene che la soluzione all’enigma posto dalla comprensione della cognitività umana contenga anche altre importantissime variabili, ed una in particolare. Tenuto conto che il tempo evolutivo che separa la nostra specie dalle grandi scimmie antropomorfe (rispetto ad un comune antenato) è di soli sei milioni di anni, bisogna comprendere come in questo tempo relativamente breve la specie umana abbia messo in moto una vera e propria rivoluzione cognitiva, la quale si manifesta in abilità del tutto specie-specifiche, come inventare e mantenere comunicazione, strumenti, forme di rappresentazione simbolica e artefatti culturali complessi e condivisi. Secondo l’autore «vi è un solo meccanismo biologico noto che possa produrre in così breve tempo cambiamenti comportamentali e cognitivi come questi: […] la trasmissione sociale o culturale, che opera su scale temporali inferiori (rispetto alla filogenesi)» (Ivi, pagg. 21-22).

L’idea che informa tutto il testo è che un solo adattamento biologico abbia prodotto nell’uomo una nuova forma di cognizione sociale, abilitando processi culturali i quali non fanno sorgere nuove abilità cognitive, bensì volgono le preesistenti (che l’uomo condivide con gli altri primati) verso nuovi esiti, inserendo la cognizione umana in una dimensione altamente sociale e collettiva, per il resto sconosciuta al resto del mondo animale. L’adattamento biologico in oggetto è la “comprensione dei conspecifici come essere intenzionali al pari del Sé”.

In che modo la cognizione dell’uomo differisce da quella degli altri primati?

La personale risposta dell’autore a questa domanda si va dispiegando per il testo attraverso due direttrici fondamentali: innanzitutto la riconsiderazione sotto una giusta luce delle cosiddette forme culturali presso i primati non umani, soprattutto gli scimpanzé; secondariamente una riconsiderazione del ruolo dell’ontogenesi nella costituzione delle specifiche abilità cognitive umane.

Tra tutte le scimmie antropomorfe, quelle che sono state ritenute avere forme “culturali” più complesse ed evidenti sono gli scimpanzé (Pan troglodytes), i quali hanno una serie di tradizioni comportamentali popolazione-specifiche che vengono tramandate di padre in figlio, riguardanti l’uso di segnali, di strumenti, e alcuni gusti alimentari. La trasmissione di forme culturali si fonda sull’imitazione e lo scopo di Tomasello è dimostrare che presso gli scimpanzé siano in atto altre forme rispetto all’apprendimento imitativo, e che per questo non si possa parlare di fenomeni culturali così come sono generalmente intesi per gli esseri umani. Il discrimine fondamentale da cui discende l’impossibilità di imitazione presso i primati non umani è che essi non colgono l’intenzionalità sottesa delle azioni, per cui sostanzialmente apprendono attraverso l’emulazione ed eventualmente sono protagonisti di “ritualizzazione ontogenetica”. Nell’apprendimento emulativo lo scimpanzé eccelle nel cogliere le proprietà dinamiche di un oggetto, scoperto attraverso l’uso che ne fanno gli altri, ma non risulta in grado di apprendere una strategia comportamentale in quanto tale; un esempio su tutti, rispetto a questo tipo di apprendimento, è il famigerato lavaggio delle patate presso alcune famiglie di macachi giapponesi.1 Nella ritualizzazione ontogenetica, cui si fa riferimento soprattutto nello studio della comunicazione gestuale tra gli scimpanzé, «due individui creano un segnale comunicativo modellando l’uno il comportamento dell’altro attraverso la ripetizione di una interazione sociale» (Ivi, pag. 50), ma anche qui senza un’interpretazione del comportamento degli altri in termini di distinzione mezzi/scopi.

L’apprendimento imitativo sancisce un altro livello di consapevolezza intenzionale, per cui il soggetto vede al di fuori di sé un’azione (comprendendone lo scopo sotteso) e riproduce quel comportamento, essendo dotato dello stesso scopo di colui che l’ha eseguito.

È abbastanza significativo che le uniche forme di apprendimento imitativo che la letteratura annovera per quanto riguarda gli scimpanzé siano state osservate in soggetti iperesposti alla cultura umana, ovvero in scimpanzé appartenenti a colonie allevate in cattività, continuamente in rapporto con sperimentatori umani e con la comunicazione linguistica2. Negli ambienti umani gli scimpanzé sono protagonisti di una “socializzazione dell’attenzione”, continuamente incalzati da tentativi di attrarre la loro attenzione, stimolando risposte a problemi e creando triangoli referenziali tra l’uomo, la scimmia e una terza entità. Nel loro habitat naturale ci sono cose che significativamente le scimmie non fanno, come indicare o fare gesti esterni a beneficio di altri, esibire oggetti di modo che siano visti, insegnare comportamenti agli altri. Per Tomasello non lo fanno, e mai potrebbero, perché «sono esseri intenzionali e causali, ma non comprendono il mondo in termini intenzionali e causali» (Ivi, pag. 37).

L’apprendimento imitativo, di contro, è la colla della dimensione cognitiva umana, della sua relazione con il mondo e con i conspecifici; solo grazie ad esso (e all’adattamento biologico che lo rende possibile) può esistere l’evoluzione culturale cumulativa tipica della specie umana, la cui forma è quella del cosiddetto effetto “dente d’arresto” (ratchet effect). Questo è l’effetto per cui «alcune tradizioni culturali, con l’accumularsi di modificazioni apportate nel tempo da altri individui, diventano complesse e in grado di far fronte ad una più ampia varietà di funzioni adattative» (Ivi, pag. 56); sostanzialmente esso si fonda sull’innovazione e sull’imitazione. Quando un individuo ha di fronte un artefatto culturale ereditato e una situazione in cui esso non appare del tutto appropriato, accade che egli valuti il modo in cui secondo l’intenzione dell’inventore dovrebbe funzionare e lo modifichi adattandolo alle sue esigenze. Tale meccanismo è lo stesso sia che si parli di strumenti che di linguaggio come anche di altre forme simboliche, e avviene solo perché nell’imitazione umana c’è un alto grado di fedeltà nella trasmissione, ciò permettendo alla nuova variante di non cadere e di essere la base di nuove modificazioni cumulative.

Come si collega tutto questo con l’ontogenesi?

L’ontogenesi è un processo molto differente nelle varie specie animali. Se in alcune di queste è importante che sin da subito i piccoli sappiano cavarsela da soli, al fine di massimizzare le probabilità di sopravvivenza e riproduzione (e ciò spiega anche perché presso gli scimpanzé, ad esempio, non ci sono casi di insegnamento attivo da parte della madre), nella specie umana una lunga ontogenesi che lasci molto spazio all’apprendimento individuale (e soprattutto a forme di istruzione esplicita da parte degli adulti) risulta una strategia vitale. È nel corso dell’ontogenesi che i bambini si appropriano della cultura, ma non come qualcosa di estrinseco e secondario, bensì come elemento essenziale della relazione umana con il mondo. L’organismo eredita anche l’ambiente oltre ai geni e l’essere umano è fatto per vivere immerso in un certo tipo di ambiente sociale, come il pesce nell’acqua; questo ambiente noi lo chiamiamo cultura ed è la “nicchia ontogenetica” specie-specifica in cui avviene lo sviluppo umano. «L’importanza dell’eredità biologica nello sviluppo ontogenetico è sottolineata dalle difficoltà dei bambini autistici, che non posseggono in forma compiuta l’adattamento biologico umano che servirebbe loro per identificarsi con le altre persone, e perciò non hanno un normale sviluppo funzionale come agenti culturali» (Ivi, pag. 252).

Il testo traccia un percorso attraverso le varie tappe dell’ontogenesi nella specie umana mostrando come, sin da piccolissimi, i bambini siano già in grado di esibire un abbozzo di comprensione degli altri, la quale poi si manifesta in maniera esplicita però solo all’età di nove mesi. Da quel momento essi iniziano ad impegnarsi in scene di “attenzione congiunta”. Fino ad allora, tipicamente, il bambino era stato protagonista di interazioni diadiche con oggetti o persone, ma trascurando totalmente il contesto. A nove mesi avviene la rivoluzione della triangolazione referenziale cosciente, per cui si è in grado si seguire, controllare ed orientare l’attenzione di qualcun altro rispetto ad entità esterne. L’attenzione congiunta si configura come la base essenziale per lo sviluppo delle abilità linguistiche, poiché il riferimento linguistico, dice l’autore, è un atto sociale in cui un soggetto tenta di far focalizzare l’attenzione di un’altro su un aspetto del mondo. Tutto questo assume un’importanza profonda in riferimento alla natura specifica dei simboli linguistici umani, i quali sono intersoggettivi e prospettici. La conquista essenziale che l’apprendimento del linguaggio permette è difatti la capacità di assumere molteplici prospettive su un’entità o evento. Ma c’è di più. Acquisire una lingua, qualsiasi essa sia, ha effetti significativi sulla natura delle rappresentazioni cognitive individuali, proprio come la conoscenza percettivo-motoria. Nella comprensione degli oggetti sia fisici che sociali non si può prescindere dalla considerazione di determinati processi socio-culturali e linguistici, ovvero la struttura portante su cui si edifica la cognizione umana. L’ontogenesi di questa attraversa tre fasi, che nel testo sono spiegate dilungandosi minuziosamente sull’emergere delle abilità linguistiche nei bambini, soprattutto attraverso ampio uso di risultati di studi di genere, ma di cui in questa sede è funzionale solo accennare le caratteristiche. L’unica forma di comprensione degli altri che gli esseri umani condividono con gli altri primati ha per oggetto la comprensione dei conspecifici come agenti animati, dotati di movimento autonomo e potere. Anche per questo essi non possono esibire apprendimento imitativo, e come tali essi «possono soltanto emulare i risultati esteriori prodotti dal comportamento e ripeterne la forma sensomotoria» (Ivi, pag. 107). Le altre due forme dipendono dall’adattamento biologico peculiare della specie umana, configurandosi come estrinseche rispetto alla prospettiva cognitiva dello scimpanzé, e sono: la comprensione degli altri come agenti intenzionali, ovvero sia la comprensione del comportamento dotato di scopo, sia la capacità di attirare e seguire l’attenzione altrui (che si sviluppa tra i 9 e i 12 mesi); ultimativamente la comprensione degli altri come agenti mentali, ovvero la piena consapevolezza che in essi ci sono sia processi attentivi e intenzionali che sfociano nel comportamento manifesto, sia credenze che possono anche non trovare riscontro nel comportamento, pur influenzandolo (che si compie definitivamente intorno ai 5 anni).

La pratica attiva dell’interazione discorsiva è ciò che permette in definitiva l’emergere di queste abilità, per cui il bambino scopre prospettive sul mondo differenti rispetto alla propria, approfondendo la sua conoscenza soprattutto nei casi di interruzione, ripristino, negoziazione del significato, che conducono alla “riformulazione delle rappresentazioni”3. In altre parole, la crescente capacità di vedere un’entità da più prospettive simultanee e la capacità di riflettere sui propri processi intenzionali a livello comportamentale e cognitivo, oltre che di ridescriverli a livello rappresentazionale, è ciò che permette al bambino di poter fruire le conoscenze di cui il proprio ambiente è foriero.

La prima cosa che s’incontra sfogliando il testo di Tomasello è una frase di Charles Sanders Pierce, che recita: “Tutte le maggiori conquiste della mente sono state al di là delle possibilità di individui isolati”. Credo che questa citazione non apra casualmente il testo ed esprima il punto di vista dell’autore sull’importanza della dimensione sociale nella vita umana, sulla sua strutturante pervasività dal punto di vista cognitivo, sull’approfondimento teorico inerente al rapporto osmotico della mente individuale con l’ambiente, nel corso dell’ontogenesi.

Nelle intenzioni di Tomasello questo libro vuole disegnare una strada complementare per lo studio della cognizione umana, senza cedere a quello che egli chiama “facile determinismo genetico” – poiché, come si afferma nelle ultime battute, i geni raccontano una parte importante della storia dell’evoluzione cognitiva umana, forse la più importante, ma non tutta la storia -, e ribadendo il concetto che non esiste una natura umana indipendente dalla cultura, poiché, per definizione, la natura umana è culturalmente situata.

8 responses to “Le origini culturali della cognizione umana

  1. Complimenti Luisa per la recensione. Ti vorrei chiedere se Tomasello si soffermi in modo particolare sulla ritualizzazione ontogenetica approfondendo la relazione gestuale a carattere ripetitivo, oppure ne faccia un cenno soltanto. Grazie mille.

  2. Forse che forse, Davide, hai trovato un ennesimo libro per la tesi? :-P

    Onore e merito a Luisa dunque; oltre che, ovviamente, per la bella recensione!

  3. Caro Davide, il tema della ritualizzazione ontogenetica è caro a Tomasello, il quale lo ha trattato in molti altri articoli e studi. Nel testo che ho recensito egli parla di questo meccanismo in riferimento alla comunicazione gestuale degli scimpanzé (ma anche dei bambini piccoli), caratterizzandolo come un processo di interazione sociale reciproca che, con il ripetersi degli incontri, finiscono col produrre un segnale comunicativo. Dunque abbiamo due elementi che rivestono una certa importanza in questo processo: da un lato i segnali vengono creati e "ritualizzati" in un modo che, costituzionalmente, anche all'interno della stessa generazione o fra diverse generazioni ci sia comunque una fortissima componente di variabilità individuale (cosa che non c'è invece nell'imitazione, che produce una certa uniformità di comportamento).

    Secondariamente, secondo me, proprio perché l'interazione si prolunga nel tempo e nei modi tanto da condurre alla ritualizzazione del segnale, questa è possibile solo perché esiste una forma di relazione in qualche modo ripetuta, reiterata, tra due soggetti. Ad esempio, Tomasello cita il caso del bambino che comincia la poppata puntando direttamente al capezzolo della madre e, nel far questo, si aggrappa anche al braccio e lo scuote. «In seguito la madre può imparare ad anticipare il comportamento del bambino rispondendo già al primo contatto col suo braccio – il che, in un'occasione successiva, induce il bambino a limitare il suo comportamento a toccare il braccio nell'attesa di una risposta» (Ivi, pag.50).

    Sono questi gli unici accenni che Tomasello fa nel testo, assieme a quelle poche cose di cui ho parlato nella recensione.

    Grazie mille a te, per la domanda, e spero che la risposta sia stata esauriente.

  4. Negli stessi termini che indichi tu citando Tomasello, Eibl-Eibesfeldt (Etologia umana) affronta la stessa questione. Ti ringrazio moltissimo, Luisa.

  5. Cara Luisa,

    sto pensando di acquistare questo libro, ti chiedo una informazione: mi sai dire se Tomasello dedica una parte delle sue riflessioni al sistema delle scienze cognitive, e a Chomsky in particolare?

    (mi puoi rispondere per email per cortesia?)

    Grazie

    Valerio

  6. I miei autentici complimenti, gentile Luisa, per la chiarezza e la capacità di sintesi che ha operato, magistralmente, in questa Sua importante recensione. La consiglierò, con molto piacere, anche ai miei studenti universitari. Cari saluti, e ancora grazie, Alessandro Bertirotti.

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