Le ragioni del Buddha. In Asia centrale sulle tracce del buddhismo “d’Occidente”

Meltemi, Milano 2018
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Il giusto mezzo è precetto di sobrietà e saggezza. Ma nel mezzo possiamo ficcarci di tutto, perché ogni cosa può starci comodamente, se ci stanno almeno la virtù e la verità. Eppure sempre in mezzo – ai piedi o alle palle – si trova ciò che c’è d’impaccio e che vorremmo eliminare.

E se mai dovessimo chiederci cosa si trova in mezzo al mondo, la risposta potrebbe sorprenderci. Ormai da secoli siamo abituati a dividere il “mondo” secondo una denominazione geografico-culturale che ci colloca in Occidente e ci separa dall’Oriente. Le linee di confine non sono né nette né geograficamente precise: la Russia non è né Occidente, né propriamente Oriente; l’Australia è Occidente; la Turchia un ibrido. L’Occidente, poi, è “tutto” Occidente; l’Oriente è tripartito: medio, estremo e nel mezzo quella parte senza aggettivi. La categorizzazione è particolare ed equivoca: noi siamo a Occidente dell’Oriente; “loro” sono a Oriente dell’Occidente. Ma rispetto a cosa? Di certo non rispetto a un meridiano scelto per convenzione. La dicitura rispecchia piuttosto una concezione tutta “occidentale” che ci impronta: di là, a Oriente, sorge il sole; di qua, da noi, tramonta. La nostra cultura – che si (im)pone ormai come la sola cultura – si nutre della teoria eliodromica, ossia segue il corso del sole: tutto è cominciato a oriente, ma tutto ha da finire qui, in occidente. Si badi bene: dal nostro punto di vista. (E certo, è il percorso mostrato da Hegel nelle Lezioni sulla filosofia della storia.)

L’Occidente non ha un medio, né un estremo: come l’universo che si espande in infinito, così vorrebbe l’Occidente essere tutto centro, tutto mezzo. Inglobare il globo, farsi superficie sferica in cui ogni punto è il centro perché nessun punto lo è. Raggiunto questo scopo, l’Occidente fagociterà l’Oriente, e si porterà via il medio, l’estremo e il giusto mezzo dell’Oriente.

Ho divagato, ma questo è uno dei temi segreti del libro di Diego Infante: la preservazione del giusto mezzo. Le ragioni del Buddha, infatti, sono il tentativo di coniugare la profondità meditativa della dottrina buddhista con la capacità argomentativa del pensiero occidentale. I temi del libro sono molto affascinanti, fosse solo perché finalmente si può leggere un buon libro sul buddhismo privo delle semplificazioni divulgative (esemplari le righe in cui si critica la concezione comune del karman) e dell’eccessivo afflato apostolico di affiliati e simpatizzanti new age.

Il libro è diviso in due parti: la prima, più corposa, punta soprattutto a confrontare il pensiero occidentale con il dharma, analizzando l’influenza e la considerazione del buddhismo su Schopenhauer, Nietzsche (che in verità ne esce un po’ maltrattato; ma ogni tanto si può pure soprassedere), Cioran e Žižek. Certo, risulta chiaro come tutta la simpatia di Infante sia per le pratiche orientali, a dispetto delle derive del pensiero occidentale, che sembra essere la scaturigine di tutti i mali del mondo, quando invece la questione andrebbe posta in termini antropologici, se non addirittura ontologici (del tipo: la miseria umana è uguale dappertutto e l’uomo fa schifo un po’ ovunque); tuttavia gli spunti di riflessione e la chiarezza circa alcuni snodi fondamentali del buddhismo rendono la lettura piacevole e riescono a costituire un utilissimo strumento per comprendere alcuni aspetti sia del dharma, sia di come lo si è considerato in occidente. Il punto fondamentale, su cui Infante insiste più volte, è la sostanziale distinzione della filosofia contemplativa occidentale dalla pratica di vita orientale: «Gli Indiani non si sono fermati a osservare le correlazioni tra il microcosmo e il macrocosmo, ma hanno sempre cercato tecniche pratiche perché potesse realizzarsi in questa vita il ricongiungimento tra le “due” sfere. Nel panorama della filosofia occidentale manca una compenetrazione di questo livello. Eventualmente ci si è limitati a osservare dall’esterno, senza considerare che chi osserva è parte integrante della cosa osservata. Anzi è in questa separazione l’origine delle differenze Occidente-Oriente, nonché la scaturigine della modernità tecnologica» (pag. 74).

In questa prima parte del libro si potrebbero individuare dei punti critici, due su tutti: innanzi tutto un’eccessiva fiducia nella meditazione come rimedio a cui fa da pendant un esagerato sminuire o valutare negativamente il pensiero occidentale; in secondo luogo – ed è il motivo da cui dipende quanto detto poc’anzi – un’aderenza che potremmo definire “religiosa” alla dottrina del Buddha, come se fosse l’unica via o quantomeno la panacea di tutti i mali.

Ma è nella seconda parte che il libro acquisisce vero spessore e diviene quasi un viaggio avventuroso e incantato nei luoghi che conservano le meraviglie dell’arte buddhista, talora in commistione con elementi greci antichi (causa conquiste di Alessandro Magno) o elementi occidentalizzanti (dovute all’imperialismo sovietico). Negli ultimi capitoli del libro assistiamo con intatto stupore, come vedendoli davanti per la prima volta, ai prodigi di templi e rovine che secoli di cultura hanno lasciato in quelle zone comprese tra il Medio Oriente e il Fiume Giallo. È qui che il sottotitolo del libro rivela tutta la sua pregnanza: In Asia centrale sulle tracce del buddhismo “d’Occidente”.

La ricerca di Infante è stata tutta volta a cercare il giusto mezzo di cui si diceva in apertura. Uno dei meriti di questo scritto è il non chiudere la porta a nessuna possibilità, credendo possibile che visione opposte siano complementari e che possano confluire. È un libro pacifico, e appunto con una sensazione di pace lascia nelle ultime pagine. Le descrizioni affascinate e affascinanti dell’arte Gandhāra, della città di Taškent (dove «Europa e India sono faccia a faccia, una di fronte all’altra», pag. 214) e soprattutto Termez, in cui «il moderno di cui abbiamo passato in rassegna le mostruosità momentaneamente fornisce un’immagine conciliante, forse consolatoria» (pag. 234); queste descrizioni chiudono il volume immergendoci in una sensazione di calma, di scoperta, indubbiamente fascinatoria, anche per uno come me, distante da tutti i tipi di spiritualità e religione.

Infante ci indica il giusto mezzo nella dottrina e ce lo mostra descrivendo i luoghi in cui sembra essere stato possibile. L’immagine è indubbiamente consolatoria e verrebbe da acquietarsi in questi luoghi e sedervi in mezzo, in pace. Eppure sembra anche questa l’illusione di un momento, perché il globo non è una sfera perfetta, come l’umano non è uno sfero, un tutt’uno circolare in pace con sé stesso e figurarsi con gli altri. Il giusto mezzo sarà sempre ricercato, e ogni cultura si proporrà come portatrice di pace, verità, salvezza, sapienza. E se tutto finalmente dovesse mai conciliarsi e unificarsi, tanto da non distinguere più un Oriente da un Occidente, verrà pur sempre ancora qualcuno a scombinare popoli e carte geografiche, a dividere il mondo ostentando il giusto mezzo di una spada.