Il più bello e il più maligno spirito…

Il Prato, Cento Talleri, Bologna 2012. Prefazione di Filippo Vendemmiati, appendice a cura di Dario Acquaviva.
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Il titolo del libro, Il più bello e il più maligno spirito che io abbia mai conosciuto, racchiude in sé il destino di Giulio Cesare Vanini, filosofo, arso al rogo a Tolosa nel 1619. Vanini è fede che vacilla nelle ragionevoli ipotesi della filosofia, eresia per i giusti della Chiesa, maligno per coloro che dichiarano di professare la fede.

Andiamo per ordine. Maligno è colui che viene tentato e cede al demonio senza riserve. Lo scopo di questo essere è di portare le persone a vivere nel peccato in opposizione al bene. Giulio Cesare Vanini fu davvero maligno? Secondo la testimonianza di Patin Guy (1601-1672) il filosofo taurisanese, di cui si vantò di averlo conosciuto, […] era pessimo frastornato. […] Era un maligno, furbo, uno scaltro ateo. Ma davvero un uomo scaltro e furbo come lo si è descritto, non avrebbe preso tutte le precauzioni possibili per non finire sul rogo? Piuttosto non è ragionevole pensare che la sua sfida alla Chiesa fu soltanto dettata dal suo spirito libero e coraggioso che non ammise nessun compromesso? Quindi più che maligno si può ipotizzare il suo contrario: benigno(?).
Ancora di lui si disse che fosse dedito alla stregoneria, tanto che nel suo alloggio sarebbe stato trovato un rospo vivo. Orbene questo anfibio secondo la credenza avrebbe nella testa una pietra, che fungerebbe da vero e proprio talismano. Nello specifico questa pietra magica consentirebbe di riuscire a raggiungere la felicità terrena. Allora cade anche quest’accusa, difatti Vanini non raggiunse la felicità terrena, considerato il travaglio e la fine che fece.
Accuse prive di fondamento, ipotizzate per far male, per spegnere (almeno nelle intenzioni) il desiderio del filosofo di tendere al sapere e alla liberazione spirituale in opposizione al magistero ecclesiastico, che esigeva la fede nell’onnipotenza di Dio e nella quotidianità del miracolo.

Poi il più bello a significare la purezza della libertà di pensiero: diritto naturale che non può essere sopraffatto da nessuna legge.

Mario Carparelli mette in ordine le cose di Vanini, ricompone le testimonianze di coloro che lo hanno conosciuto, ma anche di coloro che ne hanno sentito parlare o letto qualcosa. Tutto volge con fluidità per chiarire il pensiero del filosofo, nonché il travaglio degli ultimi sette anni della sua vita.
Vanini è raccontato attraverso i fatti e i documenti con serietà storiografica, tra l’altro viene fornita anche una sua immagine nuova, frutto della ricerca del bibliofilo Dario Acquaviva. E appare sin dalle prime pagine l’intento dell’autore: riportare la verità anche sul quel processo terribilmente rapido e privo di ogni fondamento giuridico, ma anche sulla falsità delle testimonianze e degli atti confezionati all’occasione per demolire qualsivoglia attenuante di prova a favore del filosofo, condannato per ateismo, bestemmia, empietà ed altri eccessi. Altri eccessi? Come dire per tutto, per ogni cosa senza alcunché di un minimo pudore nell’impianto accusatorio. Anche le persone onorevoli deposero contro di lui (De Rosset, agosto 1619, p. 136). Fu smascherato dalla deposizione di gente rispettabile che non poteva tollerare le sue bestemmie (Gaultier, 1621, p. 137). Indubbiamente questo diritto di cui si è servito il Tribunale di Tolosa è diritto di eresia nei confronti della giustizia e dell’uomo. Dall’inizio del Cinquecento, erano cambiati in modo sostanziale i rapporti tra i liberi pensatori (eretici, riformatori, deisti, atei) da un lato, e i loro persecutori ecclesiastici e temporali dall’altro. La Riforma aveva trasformato in eretici molte persone, l’assenza di fede era aumentata in modo estensivo e intensivo. La Chiesa non esitava a bruciare coloro che riteneva eretici e streghe, ma già verso la fine del Cinquecento si andava formando un potere sino allora sconosciuto: la pubblica opinione, che contribuì alla riduzione dei condannati a morte.
In questo contesto il libro fa chiarezza anche su questa metamorfosi e sul bisogno – soprattutto – di tolleranza e di accettazione del pensiero che mette in discussione dogmi e assunti, apre nuove vie di conoscenza per una migliore qualità del pensare: peculiarità dell’uomo che ha la purezza dell’osservazione e del discernimento delle complessità teologiche e filosofiche, non per il gusto di demolire e intaccare poteri ma al fine di rivendicare il principio (o meglio la convinzione) che l’ateo o il pensatore è una persona normale, costumata, un uomo morale, che nulla ha a che vedere con la magia o la stregoneria: espedienti accusatori per far tacere appunto l’anticristiano sfacciato.

Nell’introduzione al libro l’Autore richiama i punti oscuri della vicenda umana e intellettuale di Vanini, zone d’ombra con cui bisogna fare i conti con le poche e a volte aride testimonianze, nonché gli insufficienti atti documentali inerenti le censure e i provvedimenti disciplinari attuati dalle autorità ecclesiastiche nei suoi confronti, lasciando spazio al buon senso dello studioso che intraprende siffatta avventura per ripristinare una verità inficiata di bugie e di comodi aggiustamenti anche processuali, aventi lo scopo di far prevalere la supremazia del potere della Chiesa e dello Stato sul modus operandi e sul modus vivendi del pensatore libero che non accetta le catene, le imposizioni dogmatiche e la visione di un mondo costruito comodamente sulle false teorie scientifiche e teologiche.

Insomma non si poteva mettere in discussione quanto era stato già scritto dai dottori della Chiesa. Né si poteva accettare l’ardore e il coraggio del filosofo taurisanese che con le sue due opere più importanti l’Amphitheatrum aeternæ provvidentiæ (1615) e il De Admirandis (1616) aveva dimostrato l’esistenza di Dio per definirne l’essenza e a definirne la provvidenza con una rilettura in una nuova chiave critica del pensiero degli antichi sulla materia, figura, colore forma, motore ed eternità del cielo.
Opere in un primo momento accettate e successivamente censurate attraverso l’ufficio censorio politicizzato e finalizzato alla repressione dei partiti avversari che parevano ribellarsi alla nuova Roma. […] Anche dopo il declino dei roghi per eretici e streghe, venne ancora sacrificato sul fuoco il libero pensatore Vanini, e ancora si intimidì con minacce di tortura e con censura il libero ricercatore Galileo (Fritz Mauthner, L’ateismo e la sua storia in Occidente, Nessun Dogma edizioni, 2012, vol. II, p. 20).
Mario Carparelli non si è arreso di fronte alle complessità storiche di ristabilire l’onorabilità di Vanini. Ha spigolato dappertutto senza tralasciare il minimo particolare della vita del filosofo. La sua opera edita da Il Prato segna un ulteriore approfondimento della complessa e ‘sventurata’ vita di Vanini, riportando alla luce frammenti di verità che ancora resistono all’usura del tempo, nonostante essi siano stati in passato obliati dalla ingiusta e immeritata indifferenza.

Vanini è l’uomo più illustre della Terra del Salento e il lettore non sia prevenuto per il fatto che sia da considerare ateo o miscredente, l’umanesimo da lui auspicato non respinge il sacro, rifiuta di concepirlo nel modo dogmatico tradizionale con l’ausilio della ragione nelle scelte non solo morali ma soprattutto filosofiche. In fondo Vanini oggi rappresenta lo specchio che riflette le incongruenze della società, del potere paragonabile alla bestia che ingurgita libertà, pensiero e coraggio dell’uomo.
La filosofia in principio è meraviglia, poi diventa qualcosa che tende al sapere della conoscenza: tutti possono aspirare al sapere, anche se il credente e il filosofo attribuiscono al loro cercare una finalità e un significato differenti.

Carparelli attraverso i fatti descritti nel libro delinea con sequenze ordinate con rigore gli aspetti dell’accanimento costante contro l’uomo Vanini, che ebbe l’unico torto di ragionare e conquistare quella meraviglia che anima gli uomini sensibili alla conoscenza del sapere.