Per la verità

Einaudi, 2007
5 Comments

Il problema della verità da sempre interroga l’uomo, inevitabilmente chiamato a dar senso al divenir sovrano esistenziale e continuamente impegnato nell’abbozzo di risposte che possano dar vita a questo impetuoso scorrere. Insieme alle questioni sul tempo, infatti, la verità è uno dei nodi più spinosi per l’intera umanità e per quel sapere, che è la filosofia, eternamente impegnato nel “definire” l’esser-ci.
Il breve saggio di Diego Marconi, Per la verità. Relativismo e filosofia, pubblicato da Einaudi 2007, si inserisce perfettamente all’interno dei dibattiti sulla verità e sul relativismo morale, non con la pretesa di chi ha una risposta definitiva ai problemi posti, ma con la consapevolezza di muovere più dubbi che certezze. «I filosofi non hanno in quanto tali, alcun titolo particolare per esprimere opinioni sulla guerra in Afghanistan, sull’allargamento dell’Unione Europea […], ma se ci sono questioni su cui essi hanno effettiva competenza, in questi casi fanno benissimo ad intervenire. I problemi della verità e del relativismo rientrano in questa categoria» (p. VIII dell’Introduzione).
Il saggio si estende per tre brevi e chiari capitoli – Verità (pp. 3-47), Relativismi (pp. 49-87) e La paura della verità (pp. 89-159), con l’aggiunta di un’Appendice –, i primi due dei quali gettano le basi per una più ampia e matura comprensione dell’ultima sezione sul relativismo morale che, per i temi inequivocabilmente trattati non su come la vita è, ma su come essa dovrebbe esplicarsi, è forse presente all’interno della questione pubblica in maniera maggiore rispetto ai problemi sul relativismo concettuale ed epistemico.
Marconi non si risparmia dal sostenere, fin dalle prime battute del testo, come la sua concezione di verità sia quella sostenuta dal realismo (vedi il principio tarskiano), secondo il quale il mondo intorno a noi e sul quale diciamo di avere conoscenze esiste oggettivamente e indipendentemente dal modo in cui crediamo di descriverlo e di conoscerlo, conferma ne sia che «una buona parte del mondo che diciamo di conoscere c’era molto prima che ci fossimo noi, e una parte di esso ci sarà ancora quando noi non ci saremo più» (p. 4). Esiste una realtà vera di cui non abbiamo né il motivo, né tanto meno il dovere di dubitare: «Non basta che il dubitante domandi “Come fai a sapere che non stai sognando?”; bisogna che abbia motivo di pensare che forse il dichiarante sta sognando. […] Il dubbio scettico è diverso dal dubbio “normale” perché non ha motivazioni specifiche, legate a ciò che abbiamo motivo di pensare in una specifica situazione» (p. 25 ).
La drammatizzazione della verità presente all’interno del pensiero filosofico e, in senso più ampio, nella cultura umana, è indice di una sottile ma non indifferente confusione tra conoscenza e certezza e dall’identificazione della verità stessa con le sole questioni metafisiche, religiose e morali, secondo il ben noto paradigma della sua inattingibilità e dell’eterno ma invano ad essa protendere. Ma nulla ci obbliga a pensare che la realtà non esista e che la verità sia puro artefatto delle nostre scelte concettuali ed interpretative. Cogliere la profonda differenza tra il piano della verità e quello della sua accessibilità è già un grosso passo in avanti.

Il relativismo morale è una forma di pensiero maggiormente diffusa nel quotidiano, nella fattispecie di quello che Marconi chiama relativismo dell’equivalenza, secondo il quale tra valori e sistemi sociali differenti non sussiste alcuna differenza e, non avendo meta-criteri di giudizio, sarebbe meglio astenersi dal comparare e dal giudicare i valori altrui che, il più delle volte, sembrano condizionati dai gusti personali, dalle scelte di vita e dalle condizioni – spesso costrizioni – sociali in cui si è immersi. La massima apertura al nichilismo etico si configura nella misura in cui, abolita la dimensione morale dell’esistenza e svuotato il vocabolario dell’etica, consideriamo tutti i gusti sullo stesso livello, incapaci di porre una differenza, ad esempio, tra i principi sostenuti dai membri del Ku Klux Klan e dal monaco buddista: incapacità di scelta, incapacità di azione. In realtà se «le cose sono là fuori e sono come sono indipendentemente da quel che ne possiamo pensare noi, i valori invece, non sono là indipendentemente dal fatto che noi li attribuiamo» (p. 113) ed è quindi errato credere che da una realtà data seguano leggi ed imperativi etici aprioristicamente determinati.

Lontani dalle pretese di dogmatismo e fondamentalismo etico, dovremmo invece considerare l’intera umanità come una sola persona nel dialogo con se stessa, sensibile a valori diversi e spesso potenzialmente antagonistici tra loro: il giudizio non necessita di alcun punto di vista universale e oggettivo sulla realtà umana. Abbiamo bisogno di riscoprire l’umanità all’interno della sua piena dimensione temporale, abbandonando un dover-essere di sterile concezione metafisica e fondando da homo creator i fondamenti per l’azione morale: è l‘esserci dell’uomo a chiamarlo alla scelta nell’hic et nunc del quotidiano, non in un vuoto libero arbitrio, ma nella piena libertà responsabile.

Marconi ha l’indubbio merito di inserirsi perfettamente nel dibattito pubblico con il rigore del linguaggio filosofico di chi, con attenta e accurata analisi dei concetti, ci invita a pensare che «la moralità è fatta di conflitti inevitabili fra principi di condotta non di un’armonia tra fini» (Hampshire, Public and Private Morality, in Marconi, Per la verità, p. 122).