Radici culturali e spirituali dell’Europa

Raffaello Cortina, 2003, pp. XXVIII-184
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L’obiettivo che con la Carta costituzionale dell’Europa si era intenzionati a raggiungere non poteva essere altro che il riconoscimento di un’unità di fatto, ancorché minata al suo interno da forti differenze, della cultura europea e non la base normativa di una convivenza da istituire, tutta da regolamentare. Si trattava di commemorare il cammino – spesso impervio – condotto dagli europei fino all’unità (perlomeno economica), volgendo lo sguardo al futuro.

Dalla lettura della bozza di tale Carta (poi ultimata e discussa) l’insigne storico della filosofia antica Giovanni Reale ha tratto la conclusione che quella missione è stata in parte tradita. In Radici culturali e spirituali dell’Europa. Per una rinascita dell'”uomo europeo” (Raffaello Cortina Editore, 2003) lo storico può affermare che in essa mancano i riferimenti tanto alla religione cristiana quanto alla rivoluzione tecnico-scientifica, elementi che invece hanno costruito l’Europa e, soprattutto, l’europeo.

La querelle sulla cristianità dell’Europa giunge da lontano (almeno da Benedetto Croce, col suo articolo Perché non possiamo non dirci cristiani, comparso per la prima volta nel 1942 sulla rivista La Critica, articolo per la verità spesso travisato o strumentalizzato) e ha recentemente animato controversie tra laici e cattolici, come, ad esempio, con il provocatorio Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) di Piergiorgio Odifreddi.

Tornando alla Costituzione, Reale vi ravvisa al fondo un «fondamentalismo razionalistico» (p. XIV) di origine illuministica; secondo lui invece la filosofia dei Lumi ha contribuito «a introdurre e ad ancorare nella società il concetto di “individuo”, e quindi l'”individualismo”» (p. XV) a discapito di quello di “persona”, ben diverso e più profondo. Per mezzo di questo concetto, e di altri di cui si dirà, Reale giunge al “problema di fondo”: «a prescindere dalla Costituzione, si può parlare di un “uomo europeo”, e dunque di una sua possibile rinascita? La nuova Europa (…) non rischierà di ridursi a un “mosaico”, composto di “tessere” giustapposte, senza un preciso disegno unitario?» (pp. XXIV-XXV).

Partendo dalla concezione dell’Europa non come «realtà geografica» né politica, bensì «metageografica e metanazionale» (p. 3), essa deve – a giudizio di Reale – ritrovare la propria realtà spirituale, tradita appunto dalla nuova Costituzione. Essa non è semplicemente quella costituita dalla patristica, dal monachesimo e dalla scolastica medievali e moderni, bensì quella le cui origini vanno ricercate primieramente nella cultura greca, secondariamente nella «grande rivoluzione scientifico-tecnica, iniziata nel Seicento e proseguita senza soste con strabiliante velocità e con effetti del tutto imprevedibili» (ibidem) ed anche – ma non solamente, dunque – nell’autentico messaggio evangelico.

Questi tre elementi, di cui si dirà tra poco, vengono affiancati a due denunce rilevanti, ossia l’allarme dell’individualismo e l’annichilimento della cultura della scrittura. Il primo può essere sventato, seguendo le riflessioni di Giovanni Paolo II, solamente con la “solidarietà”,

che consiste nella disponibilità degli uomini a svolgere la parte che compete loro all’interno di una comunità, per il bene di tutti, senza invadere il territorio in cui si esplicano le parti che spettano ad altri. Però, in alcuni momenti di pericolo, in particolare di tipo sociale e politico, può imporsi per l’uomo la necessità di assumersi compiti di grande responsabilità, che vanno ben oltre quelli abituali, ossia di impegnarsi in tutti i modi possibili per la difesa del bene comune, quali che siano le conseguenze che ne potrebbero derivare. (p. 135)

Il secondo investe invece una parte importante della costruzione della cultura europea (e non solo), della sua scienza e della sua filosofia: con la dialettica greca ebbe luogo infatti, seguendo il ragionamento di Havelock, il superamento della poesia e l’avvento del metodo scientifico basato sulla scrittura, ed oggi la televisione e, prima ancora (anche se più debolmente), il cinema hanno messo in crisi questa forma di linguaggio per sostituirvi la cultura delle immagini. Reale cita, a questo proposito, Veneziani:

Il sapere televisivo non sopporta le idee, di ogni logos accoglie la brevità e la movimentazione, la riduzione a battuta e a battibecco, la sua architettura e la sua coreografia; rigetta ogni possibile percorso nelle idee. (…) Si può essere indossatori di idee, in tv; ma è arduo pensare ad alta voce davanti alle telecamere. (p. 14)

Reale ricorda anche le parole di Popper su come la televisione sia diventata “un potere politico incontrollato”; mentre politico dovrebbe essere invece l’interesse, ultimamente carente, a che a scuola si presti particolare attenzione allo studio dell’arte e della filosofia, come beni fondamentali della nostra cultura. A queste considerazioni Reale aggiunge, dopo aver constatato un’inevitabile “contrazione” della memoria, che

le giovani generazioni leggono sempre meno, e scrivono sempre peggio. (…) Ma il fatto grave è che il predominio sempre crescente della comunicazione “per immagini” e degli strumenti dell’informatica contrae il modo di pensare nei giovani; in un certo senso lo deforma, impoverendolo dal punto di vista comunicativo e conoscitivo. (pp. 118-120)

Propone infatti di seguire il consiglio di Stoll, per cui la cultura informatica deve collaborare con la cultura della scrittura, «come ancilla e non come domina» (p. 124).

Detto ciò, i tre elementi trascurati dalla Costituzione e che secondo Reale sono invece costituenti, cioè la cultura greca, il messaggio cristiano e la rivoluzione scientifica, vengono ampiamente trattati in specifici capitoli.

La cultura greca si condensa – nella trattazione di Reale – nel pensiero di Platone, in tre opere in particolare. Nella Repubblica, egli afferma un principio ancora attualissimo per cui lo Stato non è se non la “proiezione ingrandita” dell’anima del cittadino (in positivo come in negativo) – principio confermato da Ernst Jünger in questo modo:

È la materia stessa dell’uomo che si rispecchia nell’immagine del mondo, così come l’ordine interno si manifesta nella pace esterna. Perciò la cura deve applicarsi in primo luogo allo spirito, e solo la pace che scaturirà dal dominio sulle passioni può portare prosperità. (p. 31)

Nel Fedone, Platone compie la “seconda navigazione”: con essa, il mondo della fisica presocratica finisce perché ampliato dalla metafisica, cioè in quel passo storico che Hegel definì la “determinazione più precisa dell’Idea”. Il mondo delle Idee e delle pure Forme ha rivoluzionato il mondo occidentale. E in una terza e ultima opera, nel Carmide, viene illustrato un nuovo modo di concepire la cura del corpo, e cioè non trascurando di prendersi cura anche dell’anima, «senza la cui piena salute non è possibile che la singola parte sia efficiente», dice Platone. E l’anima si cura con la filosofia, la dottrina dell’equilibrio spirituale. Questo senso andrebbe riscoperto oggi, secondo Reale.

Il messaggio cristiano spezza il cerchio greco per allineare sul corpo il proprio orizzonte. Con Paolo di Tarso (Prima lettera ai Corinti):

Non sapete che i nostri corpo sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo per farne le membra di una donna dissoluta? Non sia mai. (…) O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito santo che è in voi, avuto da Dio, e che non siete di voi stessi? Infatti, siete stati comperati a un prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo. (p. 88)

Da “carcere” il corpo diventa “tempio”, sconvolgendo la mentalità dei Greci. Questo accento sul corpo conduce oggi – tuttavia – all’individualismo che demolisce il ben diverso concetto di “persona” tipicamente cristiano e privando di un senso – dice Reale – la morte stessa. Altro ribaltamento ad opera del cristianesimo è nel concetto di “amore”: per i Greci Eros è tanto più grande quanto è più grande l’oggetto amato, mentre per i Cristiani Dio ama molto più i miserabili e “i poveri di spirito”, assurdità per il mondo greco. Queste concezioni costituirebbero indissolubilmente il concetto stesso di Europa, secondo reale, a tal punto che afferma:

Un singolo europeo può non credere che la Fede cristiana sia vera, e tuttavia tutto ciò che egli dice, e fa, scaturirà dalla parte di cultura cristiana di cui è erede, e da quella trarrà significato. Solamente una cultura cristiana avrebbe potuto produrre un Voltaire e un Nietzsche. (…) Se il Cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura. (p. 144)

Reale afferma inoltre che l’Impero Romano cadde principalmente per il “vuoto spirituale” al suo interno, perché “i suoi valori erano tramontati”. Rimandando qualche nota critica alla fine, non si può continuare se non si appunta quanto segue: restando vero che la cultura cristiana ha custodito la cultura occidentale e l’ha forgiata, si deve notare che:

  1. la cristianità ha partorito grande filosofia, ma oggi l’europeo non può e non deve ancora necessariamente “trarre il suo significato” da quella cultura di cui è erede, perché l’eredità si può rinnegare e si può desiderarne una diversa (ad esempio quella da essa soppiantata traumaticamente, la greca);
  2. il fatto che filosofi della statura di Nietzsche e Voltaire abbiano vituperato la cultura cristiana non ci rende debitori di questa ma di quelli, semmai;
  3. “se il Cristianesimo se ne va”, non bisogna avere paura di catastrofi, giacché si è sempre vissuti in un circolo di modificazioni e superamenti storici, dunque si potrà (necessariamente) superare anche la cristianità (cosa che ha da venire remotamente, è ragionevole supporre);
  4. infine, il vuoto spirituale europeo può tuttavia presagire un ri-empimento di spirito greco, di nuove razionalità, di nuovi progressi e di nuove libertà, al costo di qualsiasi “crollo” interno; essa sarà sempre “l’Europa”.

L’eccessivo tremare dinnanzi al nuovo è tipico della linearità della concezione cristiana, che Reale non nasconde di sposare. Ma di questo, dopo.

In un certo senso, il volume ha qui il suo epilogo. Ma è preferibile sottolineare, prima di concludere, un aspetto diverso, quello del rapporto tra scienza e filosofia, discusso a proposito dell’ultimo dei tre elementi costituenti l’Europa: la rivoluzione scientifica (in questi giorni tanto discussa, tristemente [9]). Il modo e la sostanza con cui il tema è condotto è in tal caso ammirevole e pieno di fondamento, per chi sostenesse le tesi riportate nei quattro punti critici appena detti.

Ebbene, Reale denuncia – accodandosi a grandi maestri come Spengler, Nietzsche, Heidegger e tanti altri – “l’essiccarsi” dello spirito greco (e cristiano – aggiunge -) nella nuova “età della scienza e della tecnica”: la scienza moderna è “figlia” della filosofia greca che le fa da “madre”.

Eppure, la “figlia-scienza” si è ribellata alla “madre-filosofia” e si è spinta addirittura a misconoscerla, se non a ripudiarla. Inoltre (…) la madre, di fronte alle richieste della figlia, si è sentita “invecchiata”, e ha ritenuto di poter sopravvivere solo ringiovanendo e inseguendo la figlia. (…) Ma così facendo la filosofia ha compromesso la propria identità ed è precipitata in una crisi profonda, in cui sembra aver perso il proprio senso: cercando di assumere fattezze e forme della figlia ha finito per apparire agli occhi di molti una sorta di “pseudoscienza”, sicché la sua stessa figlia non ha potuto fare a meno di ripudiarla.

(…) È ora che la madre riacquisti la propria identità; e il suo compito deve essere quello di recuperare l’antico ruolo, ridando vita a quegli antichi valori che la figlia non ha saputo né potuto mantenere, sia perché li ha ignorati sia perché le erano strutturalmente estranei. (p. 9)

Tralasciando un dubbio (si caldeggia un ritorno ai principi e ai valori precedenti l’annichilente “era della tecnica”, ma quali? Quelli greci o quelli cristiani? I primi non pare proprio, mentre i secondi vengono lodati; e tuttavia si parla di “filosofia” e “valori cristiani” come fossero amalgamati, nonostante la filosofia platonica e l'”insipienza” paolina non vadano molto d’accordo), Reale continua correttamente dicendo che la tanto invocata e criticata “fine della filosofia” è un falso problema, dacché gli scienziati che la annunciano spesso «escono dal loro ambito e agiscono da metafisici e moralisti camuffati, in modo del tutto indebito» (p. 113). Non bastasse, molti filosofi – critica Reale – si rifugiano in una specie di “metalivello” della filosofia, in cui essa possa limitarsi a «indagare le caratteristiche formali dei processi di autocomprensione, facendo astrazione dai loro contenuti» (p. 140). Viene in mente, a proposito, una candida e profonda riflessione di Hilary Putnam (Recensione di The concept of a Person, in Id., Mente, linguaggio e realtà, Adelphi 2004, pp. 155-156):

Se servisse un’ulteriore prova dell’attuale stato di buona salute della filosofia, basterebbe citare le torme di intellettuali che lamentano l’eccessivo “tecnicismo” della filosofia odierna, la sua “rinuncia” a ogni interesse per i problemi “reali”, e così via. Lamentele del genere, infatti, si sono sempre levate proprio nei momenti in cui la filosofia era importante e vitale! Aristofane trovava Socrate vacuo e tecnico; Berkeley fu giudicato ridicolo dall’opinione corrente finché Hume e Kant riconobbero l’importanza della sua sfida; Hume e Kant vennero a loro volta ridicolizzati e fraintesi (…). Il guaio è che la buona filosofia è ed è sempre stata ostica e che è più facile imparare i nomi di quattro filosofi che leggere i loro libri. Coloro che oggi trovano la filosofia troppo “tecnica”, sono gli stessi che non avrebbero trovato il tempo o l’interesse per seguire le lunghe catene del ragionamento socratico o per leggere una delle Critiche.

In fin dei conti, sconcerta Reale che l’uomo «sembri aumentare sempre più ciò che ha mentre regredisce in ciò che è» (Reale, p. 132); difatti viene ricordato Hegel, il quale osservava (nella Logica) che “un popolo senza metafisica è come un tempio senza il sacro” (impossibile sarebbe stato non scomodare il pensiero heideggeriano, lucido in proposito, secondo il quale – provocatoriamente – “la scienza non pensa”, non pensa i problemi di fondo). Per Reale vanno dunque recuperati: la metafisica, la “cura dell’anima“, la sacralità della persona, un recupero dei rapporti “fisici” tra gli esseri umani (che la tecnologia allontana sempre di più). Come anticipato, si deve ritrovare una sorta di mixture di sapienza greca e spiritualità cristiana (possibile?).

Per quanto Reale abbia il merito di citare abbondantemente dalle proprie fonti, che sono nobilissime (compaiono sia lunghi brani che aforismi di Scheler, Zambrano, Broch, Lippmann, Jünger, Eliot, Croce, Husserl, Heidegger, Patočka, Wojtyła, Kierkegaard, Platone, Agostino, Galimberti, Sartre, Nietzsche, Pascal, Aristotele, Canetti e tanti altri), risulta impossibile nasconderne un abuso: il volume è un ridondante circolo di citazioni, molte delle quali ricorrono anche più d’una volta, stancando.

Impossibile anche soprassedere su vere e proprie interpretazioni presentate come letture innocenti: da un lato, Aristotele non “reggerebbe” dinnanzi al messaggio biblico monoteistico perché nel dodicesimo libro della Metafisica non c’è segno di “Provvidenza” (Aristotele avrebbe dunque dovuto salvarci o darci speranze invece di pensare – dando corpo a vera “metafisica”?) e, dall’altro, il creazionismo che Maria Zambrano nostalgicamente invoca sarebbe una soluzione per ritrovare il Dio che l’Europa avrebbe perso (ma come si concilia questa affermazione con – non la scienza, ma perlomeno – la filosofia greca?). Che siano deformazioni della concezione cristiana di cui sopra? Per questo, si invita alla lettura del testo. A parte ciò, il libro è – infatti – di rilevante spessore, non fosse altro che per lo spirito di “rinascita” dell’europeo di cui è intessuto e per l’imprescindibile monito ad un’attenzione alla filosofia come sapere primo, per l’europeo quanto per qualunque altro cittadino del mondo.

9 responses to “Radici culturali e spirituali dell’Europa

  1. Davide, ho letto con piacere la tua difesa della genuinità del pensiero greco contro una sua omologazione alla spiritualità cristiana. Le tue obiezioni a Reale, a mio modesto avviso, sono più che fondate. Piuttosto mi sopraggiunge il dubbio che egli, assumendo come in qualche maniera compatibili i due poli greco e cristiano, rimanga inconsapevolmente affascinato da un’idea “politeistica” di cultura (e pertanto fondamentalmente greca e non cristiana), all’interno della quale solamente quei due diversi pensieri possono non fare a pugni. O forse la lettura del testo ti induce ad affermare che Reale, più semplicemente, si ostina a stravolgere il senso e i significati della cultura greca per poterli rendere compatibili con il cristianesimo e prefigurazione incompiuta di esso?

  2. Grazie Antonio. Dalla lettura del testo, l’idea che mi sono fatto è orientata verso la prima soluzione. Di Reale ho criticato i punti che mi sono parsi tesi verso la seconda delle prospettive che descrivi. Ma – in generale – credo valga la prima. E’ la mia sensazione. Giusta la tua osservazione sull’attrattiva della cultura politeistica, infatti: è proprio – credo – inconsapevole.
    A presto.

  3. Bella recensione, Davide. Quel libro l’ho avuto tra le mani ma, conoscendo altre cose di Reale, ho pensato che non avrei appreso niente di nuovo, leggendolo. La tua sintesi puntuale me ne dà conferma. In Italia abbiamo Reale, che ancora ci invita a papparci la minestra platonico-cristiana se vogliamo davvero dirci europei. Personalmente non mi importa nulla delle radici culturali e spirituali dell’Europa, se davvero sono quelle indicate da Reale. Tanto di cappello per la sua attività di studioso e di “editore” e curatore di testi del pensiero antico, ma come filosofo puro ed esegeta libero dai vincoli della storia e della filologia vale mezza lira. Infinitamente meglio, da questo punto di vista, uno scorrettissimo come Onfray, il quale, in testi come Teoria del corpo amoroso porta una ventata d’aria fresca sulla filosofia antica e ci aiuta a diffidare dai papisti platonizzanti travestiti da filosofi autorevoli come Reale.

  4. Anch’io condivido quanto detto da Marco a proposito di Reale. Sembra che siamo fermi agli scritti di Novalis (del quale ricordo La Cristianità ovvero l’Europa del 1799) ed agli slogan dal sapore crociano ormai diventati senso comune (senza considerare che per Croce il cristianesimo inserito in politica è intimamente totalitario; e come dargli torto?).
    Io, semmai, sarei più propenso ad individuare la pecualirità europea in altre idee, certamente più vicine alla classicità o, che so, all’illuminismo. Certo, se proprio si devono individuare queste benedette radici!
    Come europeo mi sento più greco, più spinoziano, più volterriano che cristiano. E credo che il cristianesimo sia ciò che si oppone a tutto questo.

  5. Io vedo la peculiarità europea – non pretendendo di saper argomentare questa mia idea – nel messaggio politico di Dante.
    Per altri versi, concordo – naturalmente – con quanto detto da Cateno.

  6. Onfray? Capirai che grande novità l'edonismo ateologico… Siamo proprio alla frutta… E, dunque, Pera dove lo mettiamo? "Perché dobbiamo dirci cristiani"… Prima non era neopositivista liberista? State attenti perché anche Onfray, non avendo radici, né cristiane né di alcun altro vegetale, potrebbe domani abbandonarvi, magari per un bel cadreghino assegnatogli da Sarkozy o da Carla. Almeno quegli altri (Reale ecc.) sono sempre uguali a sé stessi…

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