Santiago e nuvole. Le fantasticherie di un pellegrino solitario

Ediciclo, Portogruaro (Ve) 2018
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Non si finirebbe mai di elogiare Stefano Scrima, saggista, divulgatore (e anche qualcosa di più), cantautore. Se dovessimo trovare una formula per definirlo, potremmo dire a metà tra il serio e il faceto di trovarci di fronte all’ultimo degli esistenzialisti. Dei “nauseati” di ogni epoca, infatti, si è occupato in un suo saggio omonimo. Un altro scritto dall’emblematico titolo Non voglio morire è dedicato al pensiero di Unamuno. In due recenti pubblicazioni – Il filosofo pigro e Oziosofia – ha trattato egregiamente l’aspirazione alla vita contemplativa e filosofica, in libri tesi appunto non soltanto a divulgare, ma anche a proporre una coraggiosa visione pigra dell’esistenza in contrapposizione all’estenuante e iperattiva società del consumismo.

Adesso lo ritroviamo con Santiago e nuvole. Le fantasticherie di un pellegrino solitario, un piacevolissimo libro a metà tra narrazione e riflessione, diario di viaggio e documento esistenziale, che sostanzialmente è il racconto filosofico del pellegrinaggio di Scrima lungo il cammino di Santiago.

Le nuvole sono quelle di cui l’autore confessa di ignorare i nomi (solo nelle ultime pagine scoprirà che ogni nube, a seconda di forma e consistenza, è denominata in maniera diversa), e nella cui contemplazione si perde, giungendo in chiusura del libro persino a sostenere che di avere provato «tutta la felicità possibile nel guardare le forme delle nuvole al tramonto, quando posavo il mio zaino nei luoghi che mi avrebbero ospitato, per poi il giorno dopo ricominciare il cammino» (pag. 161).

Il sottotitolo, invece, è un chiaro riferimento alle passeggiate in mezzo alla natura di Rousseau, anch’egli mosso dall’ansia di rifuggire i ritmi e le imposizione della società moderna (o sarebbe meglio dire della società tout court).

Come sempre il senso del viaggio si mostra come una ricerca del senso dell’esistenza. Compagni che si incontrano e si perdono per via; nuove amicizie nate nel torno di un paio di chilometri o nella condivisione di affollatissimi ostelli; simpatie, fugaci innamoramenti, il nome di una ragazza francese che potrebbe rimanere ignoto per sempre; la gioia mista a tristezza al termine del viaggio, quando ormai la fine di un’esperienza che esorcizza la vita quotidiana affiora a piena consapevolezza: gli elementi del cammino sono comuni a tutti coloro che almeno una volta hanno camminato davvero, per giorni, con lo zaino in spalla, cercando sempre di svuotarlo fino all’essenziale, pena il mal di schiena – oltre che di piedi – che sicuramente ha accompagnato i primi giorni di chiunque si è avventurato per strada con il solo ausilio delle proprie membra.

Le pagine di Scrima alternano con armonia il racconto degli eventi alle considerazioni filosofiche. Il ritmo è quello cullante dell’alternarsi di camminate e soste, di felicità e tristezza, di energia e stanchezza. Il senso ultimo sembra sfuggire sempre, nella vita, nelle cose di tutti i giorni, nel cammino. Ma il camminare mostra almeno un senso possibile, ossia ha senso se diventa un’esperienza che muta l’intera persona: «Entrare nel flusso del Cammino è anche e soprattutto questo: diventare pellegrino, viandante, viaggiatore, non come momentaneo ruolo sociale ma come condizione esistenziale» (pag. 118).

Sulla strada e sul cammino si spendono e si sono spesi fiumi di parole, in prosa, in versi, sotto forma di canzone. Molto spesso con facile retorica, fino a chi abusando di certe formule che pure avrebbero un loro senso sostiene di avere frequentato “l’università della strada”.

Ogni cammino, come ogni vita, ha la sua storia, tutta personale, per certi versi differente per ciascuno, ma – anche in questo come la vita – per ognuno stringi stringi uguale. Verrebbe però da dire con Zarathustra che non esiste “la” strada, ma che ogni individuo debba ricercare la propria.

Così, un passo dopo l’altro si esce a conoscere non tanto o non solo il mondo, ma quel groviglio di contraddizioni che è il pensiero stesso, dentro o fuori di noi. Poi, magari, si ritorna a casa e ci si ferma a contemplare e alla fine si scopre che non si va mai da nessuna parte, ma per comprenderlo bisogna prima andarci. Camminiamo, camminiamo, camminiamo: poi ci volgiamo da una parte e dall’altra, per accorgerci che in fondo, da ogni lato, abbiamo percorso e percorreremo strade che non portano a niente, vie inconcludenti, sentieri interrotti. Ed è giusto, forse anche bello così: perché in fondo – ancora come per la vita – la stessa ragione del cammino è un disinvolto e sostanzialmente solitario camminare.