La laicità non sia ideologia

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Si ritiene comunemente che il corretto atteggiamento per porsi di fronte al mondo che ci circonda e a noi stessi sia la piena adesione al modello di spiegazione scientifica. Tale modello viene considerato, almeno in senso lato, l’unico strumento in grado di inquadrare costruttivamente non solo i fenomeni fisici che accadono intorno a noi, ma anche i problemi che riguardano da vicino i vari aspetti dell’esistenza umana. Le lacune che ancora si riscontrano nell’applicazione di un simile modello vengono in genere attribuite a insufficienze locali nelle nostre conoscenze che ci si aspetta di veder colmate col tempo, senza che ciò comporti significative modificazioni del modello stesso.

Una conseguenza importante dell’adesione alla concezione scientifica del mondo è che essa rende del tutto inutile il ricorso a principi esplicativi aggiuntivi, in modo particolare quelli che fanno riferimento a entità o principi soprannaturali1. Questo significa che la scienza moderna e la visione complessiva del mondo che essa promuove sono fondamentalmente atee. La scienza si presenta infatti come un sistema autosufficiente, concettualmente e metodologicamente incompatibile con la religione. Non è certo un caso che, da un punto di vista storico, la visione scientifica del mondo si sia affermata per buona parte erodendo progressivamente spazi alla religione, costringendo quest’ultima ad arretrare su posizioni sempre più ristrette e precarie. Questa è comunque l’idea dominante che troviamo nella maggioranza delle persone cosiddette colte. Scienziati, filosofi e intellettuali in genere fanno a gara nel professare pubblicamente la loro piena adesione all’ateismo, ritenendola una scelta coraggiosa, progressista: una decisa emancipazione rispetto all’oscurantismo e alle superstizioni che caratterizzavano le credenze del passato.

Per quanto mi riguarda, pur riconoscendo che la scienza costituisce di gran lunga lo strumento di conoscenza più avanzato di cui l’uomo oggi dispone e con tutta probabilità l’unico che possa permettere, almeno potenzialmente, un autentico sviluppo in ogni campo della nostra vita, penso che dovremmo considerare la concezione scientifica attuale in termini meno ottimistici e inquadrare la questione del rapporto tra scienza e religione in maniera alquanto diversa. Giudico infatti molto limitativi (se non fuorvianti) i discorsi tendenti a presentare le credenze nel soprannaturale come mere costruzioni “consolatorie” mediante le quali le persone ignoranti cercano di trovare sollievo alle difficoltà del presente (prospettandosi un’esistenza radiosa nell’aldilà) o di superare la paura della morte2. Si dimentica con questo che le religioni, insieme ai miti, sono stati la prima forma con cui l’uomo ha cercato di darsi delle risposte riguardo agli eventi di cui era testimone. Risposte rivelatisi prima o poi inadeguate – d’accordo – ma pur sempre tentativi di comprendere il mondo circostante e se stessi. Le componenti più deteriori delle religioni, prese come bersaglio da coloro che si dichiarano atei, sono indubbiamente presenti, ma esse – a mio avviso – vanno considerate per buona parte una degenerazione sviluppatasi nei secoli passati in seguito all’utilizzo delle religioni come strumento per sottomettere le masse da parte del potere politico e delle stesse autorità religiose.

Per inquadrare correttamente le religioni – parlo delle grandi religioni – in una prospettiva autenticamente laica, che non si riduca a una orgogliosa affermazione della netta superiorità della scienza rispetto a qualsiasi altro sistema conoscitivo, ma anzi riconosca, almeno entro certi limiti, una qualche funzione residua al pensiero religioso, è necessario esaminare più da vicino le caratteristiche della conoscenza scientifica e le ricadute che questa ha sulla concezione che l’uomo coltiva di se stesso. Non c’è dubbio che il modello di spiegazione della scienza, applicato ai fenomeni del mondo naturale, abbia avuto uno straordinario successo, tanto da rendere lecita la convinzione che esso fosse applicabile, senza sostanziali modifiche, anche all’uomo e a tutte le questioni che riguardano, direttamente o indirettamente, la sua esistenza. Del resto, nel momento in cui viene negata, in modo netto e definitivo, l’esistenza di principi o entità non materiali (soprannaturali o spirituali), viene a cadere l’unico vero motivo che impedisce un completo inquadramento della realtà umana nella concezione della realtà offerta dalla scienza. In tale ottica, l’uomo viene considerato un enorme aggregato di processi, di una complessità organizzativa straordinaria, dello stesso ordine o natura di quelli a cui appartengono tutti gli altri eventi del mondo naturale. Se questo risultato rappresenta, per un verso, un passo decisivo per l’affrancamento della conoscenza umana da residui metafisici che non hanno più alcun diritto di cittadinanza nella riflessione moderna, per un altro verso, esso comporta un prezzo molto alto da pagare. La scienza, infatti, ponendosi come unico sistema di spiegazione accettabile, universalmente valido, diviene inevitabilmente la misura di tutte le cose: è portata a ridurre l’uomo a sua immagine e somiglianza. Assistiamo così a una sistematica svalutazione di tutte quelle caratteristiche o proprietà che non si conciliano con le categorie concettuali del modello di spiegazione scientifica fino a giungere, in alcuni casi limite, a decretarne la totale illusorietà o inesistenza, oppure si cerca di convincerci che tali caratteristiche e proprietà sono diverse da come solitamente ce le rappresentiamo.

La “cattiva coscienza” sottesa a strategie di questo tipo traspare con relativa chiarezza dalle modalità con cui esse vengono perseguite. Quasi di regola, non si parte dagli aspetti maggiormente qualificanti dei fenomeni da spiegare, con riferimento alle esigenze primarie dell’uomo, ma si prendono in considerazione solo gli aspetti rilevanti dal punto di vista della scienza, vale a dire come essi si prestano ad essere colti attraverso il filtro delle categorie teoriche e metodologiche di questa. Veniamo così a trovarci davanti a “surrogati” della realtà, a modelli fondamentalmente ad hoc, spesso assai lontani dalle realtà originarie. Su tale base si costruiscono spiegazioni che possono anche apparire convincenti, ma solo se si accetta come inevitabile il processo di snaturamento dei fenomeni effettuato a monte.

Le ricadute della concezione dell’uomo proposta dalla scienza nella vita pratica sono numerose e spesso assai pesanti. Un primo esempio è dato dalla spersonalizzazione crescente dei rapporti tra gli individui: rapporti che risultano sempre più superficiali e improntati a una valutazione di tipo strettamente utilitaristico. In medicina, vediamo che il dialogo tra dottore e paziente è ormai considerato di importanza marginale, perché l’attenzione di chi fa la diagnosi si concentra in particolar modo sui disturbi osservati e sui risultati delle analisi di laboratorio, nella prospettiva di una relazione puramente funzionale e il più possibile oggettiva tra sintomo e terapia da somministrare. Anche in psicologia clinica si tende sempre più a intervenire sui disturbi lamentati dal paziente con cure farmacologiche, nel presupposto che ogni disturbo non sia altro che la conseguenza di una disfunzione a livello neurologico, da cui deriva il crescente disinteresse nei confronti di eventuali cause profonde, spesso di natura prettamente psichica o sociale, all’origine del disturbo stesso.

Ma uno dei campi in cui le ricadute della concezione naturalistica dell’uomo offerta dalla scienza sono più evidenti è quello delle neuroscienze. Qui incontriamo un numero via via crescente di studiosi che si dichiara convinto di poter ricondurre tutti i comportamenti dell’uomo, compresi quelli che riguardano la sfera politica o economica, i gusti estetici, i principi che sottostanno alle scelte etiche e persino la spinta ad aderire a una qualche religione ai processi che hanno luogo in specifiche aree cerebrali. Assistiamo così a un proliferare di neologismi che si riferiscono a nuove discipline (o presunte tali), quali la neuro-politica, la neuro-economia, la neuro-estetica, la neuro-etica e, non ultima, la neuro-teologia. Non c’è dubbio che si possano individuare delle corrispondenze tra determinate tipologie di comportamenti e processi osservabili a livello nervoso. Questo però non autorizza la credenza, anzi la convinzione incrollabile, di poter spiegare completamente ogni attività umana, anche quelle che si riferiscono alla sfera della mente e delle creazioni ideali, in termini di eventi elettrochimici che interessano una o più zone del cervello. La realtà è che tale concezione si rivela sostanzialmente incapace di render conto di aspetti molto importanti, ordinariamente associati al mentale, in primo luogo l’esperienza cosciente e l’autonomia della nostra volontà (libero arbitrio). L’idea che l’esperienza cosciente rappresenti un mero prodotto dell’attività nervosa del cervello è il risultato di una sorta di atto di fede nei confronti della potenza della complessità; tale idea, del resto, si trova in conflitto con tutto ciò che sappiamo dei fenomeni fisici che avvengono nel mondo conosciuto: non è mai accaduto, né ci sono indizi che ciò possa accadere, che un insieme di processi, governati da leggi ben definite, dia vita alla straordinaria capacità di “provare qualcosa” in prima persona, vivendolo in maniera più o meno coinvolgente in una dimensione “soggettiva”.

Rispetto alla libertà che di solito si attribuisce agli esseri umani, non si può non riconoscere che essa è incompatibile con il determinismo implicito nelle leggi della scienza, inevitabilmente necessarie e universali. L’orientamento prevalente, al momento, per sfuggire a questo problema, sembrerebbe essere quello di negare l’esistenza di una vera libertà per l’uomo, attraverso lo sforzo di dimostrare, con gli argomenti più disparati, che si tratta di un’illusione. Personalmente, ho un atteggiamento fortemente critico nei confronti della concezione dell’uomo offerta dalla scienza, che chiamerei “ideologia dell’uomo-macchina”. In effetti, tale concezione, quando si rivolge alla mente, si trova in qualche modo obbligata ad adottare atteggiamenti fideistici non molto diversi, se considerati su un piano puramente formale, da certe credenze del passato; oppure è costretta a negare l’esistenza di ciò che si presenta con grande evidenza alla nostra esperienza immediata. Ecco perché io credo sia lecito avanzare almeno qualche dubbio sulla assoluta validità di una simile prospettiva. Questo non significa auspicare la riesumazione di obsoleti concetti dualistici, bensì, più moderatamente, riconoscere che tale concezione è largamente insufficiente per render conto in maniera adeguata della grande ricchezza di comportamenti e di qualità esibite dagli esseri umani. Significa ammettere la possibilità che ci manchi ancora qualcosa di importante per poter giungere a un’autentica comprensione dell’uomo e delle sue caratteristiche salienti, qualcosa che, presumibilmente, si pone al di là delle nostre attuali capacità di rilevazione, ma che, sin da ora, possiamo dire sicuramente riconducibile al mondo che chiamiamo fisico, visto che è in grado di produrre effetti osservabili3.

In una prospettiva così delineata, le religioni possono ancora svolgere un ruolo non del tutto marginale a favore del progresso della conoscenza umana, almeno in quei campi in cui la scienza stenta ancora a trovare risposte soddisfacenti. È chiaro che laddove la scienza ha fornito spiegazioni esaurienti, ad esempio riguardo a molti fenomeni fisici del mondo che ci circonda, le religioni non hanno più nulla da dire. Ma esse – a mio avviso – sono senz’altro utili nel sottolineare l’importanza di certe componenti della nostra vita, del nostro intimo sentire, contribuendo a far sì che non siano frettolosamente archiviate e sottratte alla nostra attenzione in omaggio a una certa visione del mondo. La maniera con cui le religioni ci presentano dette componenti è con tutta probabilità fortemente inadeguata, derivando da una tradizione di pensiero che affonda le proprie radici nella notte dei tempi, dove dominavano le creazioni fantastiche colte spesso in maniera acritica nella soggettività individuale4. Rimane però valido il principio che si trova alla base di tutte le religioni, e cioè che la realtà dell’uomo è qualcosa di troppo particolare perché possa essere spiegata esaustivamente sulla base dei comuni fenomeni fisici che popolano l’universo a noi noto. La concezione dell’“uomo-macchina”, per non assumere le connotazioni dell’ideologia, dovrebbe in ogni caso essere considerata una ipotesi di lavoro, e in quanto tale fallibile come qualsiasi altra ipotesi. Invece essa è diventata nel vissuto della maggioranza degli scienziati e dei filosofi contemporanei qualcosa di assolutamente certo, non suscettibile di essere messo in discussione, pena la ricaduta nella trappola del dualismo.

Quali conclusioni si possono trarre da queste sia pur sintetiche considerazioni? Per me, essere laici non significa aderire, totalmente e incondizionatamente, all’attuale immagine dell’uomo offerta dalla scienza, preferibilmente mostrando a ogni occasione il proprio disprezzo verso qualsiasi forma di religione. La realtà, almeno se prendiamo sul serio le domande e i bisogni che si affacciano continuamente alla nostra consapevolezza, si presenta assai più ricca e variegata di quanto gli attuali modelli della scienza siano in grado di abbracciare. La laicità – come io l’intendo – dovrebbe  mantenersi ben lontana dalle forme di tronfio ateismo che si incontrano di frequente tra gli intellettuali d’occidente, poiché essa non poggia mai su certezze assolute, non si vanta della propria superiorità guardando con sufficienza le concezioni del mondo diverse dalla propria; è tollerante, poiché è consapevole dei limiti e della provvisorietà delle proprie acquisizioni conoscitive. Soprattutto, la laicità dovrebbe essere aperta al dubbio, con la disponibilità a prendere seriamente in considerazione possibilità del tutto nuove, anche se in contrasto con i canoni scientifici dominanti. Il modello della scienza rimane per molti versi il riferimento privilegiato, ma l’adesione ad esso lascia sempre un certo margine alla critica e al dubbio.

Se si concorda con una simile impostazione, autenticamente liberale per quel che riguarda la necessità di un confronto basato sulla pari dignità tra idee diverse, credo si possa anche concordare, almeno in linea di principio, con la mia personale opinione sul futuro percorso della conoscenza umana: un giorno, forse neppure tanto lontano, tutte le religioni non avranno più ragione di esistere e verranno completamente assorbite dalla scienza, poiché quest’ultima riuscirà a spiegare tutti gli aspetti del mondo – compresi quelli relativi all’uomo – che suscitano domande dentro di noi. Ma una scienza capace di tanto non potrà che essere profondamente differente da come la conosciamo oggi, differente al punto da porsi al di là dei concetti e dei principi di riferimento che oggi ci appaiono irrinunciabili.