Kant, Hegel, l’esistenza di Dio e del Capitale

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Nel capitolo primo della Logica del 1832, laddove viene trattata la triade categoriale Essere-Nulla-Divenire, e precisamente nella prima nota, incontriamo uno dei pochi, non frequentissimi, riferimenti di Hegel alle tesi di altri filosofi. In questo caso Hegel addirittura riporta tra virgolette l’enunciazione di un altro pensatore. Si tratta di un segnale che ci avverte dell’emergenza di una questione non banale.

Sulla base di alcuni passi di questa nota ricostruirò alcune linee di forza, quelle almeno più visibili, di un confronto a distanza che ha la consistenza di uno scambio di battute tra Hegel e Kant. Il grande filosofo era morto nel 1804, ma era presente e vivo nella cultura filosofica tedesca delle prime decadi dell’ottocento. Nella nota a cui mi riferisco Hegel usa il testo di Kant per farsene interpellare. Il confronto ideale esplicito con un interlocutore filosofico, in un testo come quello della Logica, per lo più monologante e che mantiene impliciti i suoi riferimenti, diventa significativo anche sotto il profilo drammaturgico.

kant-silhouetteHegel è pervenuto a quella che considera “la prima proposizione logica” della sua trattazione dialettica del concettuale: “Essere e nulla sono lo stesso”. In relazione al senso di questa proposizione, Hegel richiama la famosa considerazione kantiana sui “cento talleri” e la traspone al suo caso: «Se essere e nulla sono lo stesso, allora anche l’essere o non essere patrimoniali dei cento talleri è indifferente?». Si tratta di una battuta che Hegel scrive come didascalia sotto la silhouette di Kant, eppure l’assurdo economico che consegue per la contabilità patrimoniale dalla prima proposizione della logica dialettica, si ripercuote sulla cogenza della trattazione speculativa e ne scuote le basi di plausibilità. Con questa battuta, ad essere ridicolizzata e sminuita di peso razionale è la stessa dialettica, a fronte delle ragioni consistenti del bilancio monetario. La relazione di proprietà, in cui si determinano l’essere e il non essere dei cento talleri, è essenziale e non indifferente, ossia pertiene all’effettività reale (Wirklichkeit) dell’esserci o non esserci dei cento talleri nel patrimonio di qualcuno. La reciproca interdipendenza del tutto, la determinatezza globale dello scambio universale, ovvero l’inserimento in un tutto di relazioni di scambio chiamato mondo, è il senso della parola “essere” nel caso dei cento talleri. Essere (Seyn) prende qui il senso (Sinn) della fattuale ripartizione proprietaria del valore monetarizzato: essere come proprietà del Capitale. Ovvero non che ci sia un certo bene né che esso possa essere quantificato da un certo prezzo, dalla valutazione monetaria, né che si possa eventualmente poi ricevere o cedere questo denaro nella compravendita del bene. Non è questo l’essere, sub specie di denaro. Che ci sia denaro significa avercelo di fatto, o almeno di diritto. Solo avendo questo denaro si è nel mondo effettivamente. La compagine della globalizzazione mondana dello scambio monetario, osservata dalla mercantile Königsberg kantiana, sembra confutare la risultanza dialettica orientata alle pure astrazioni. Se la dialettica non può aiutarci a essere buoni economi, mancando la differenza tra avere e non avere, non può neppure cogliere il senso dell’essere.

In questo contesto, che è quello di una battuta, Hegel cita la decisiva tesi di Kant nella sua ormai tradizionale formulazione: l’essere non è un predicato reale (reales Prädikat). Ovvero il senso dell’essere non è concettuale. Affermando ciò, Kant presupponeva che per il solo concetto, per il solo contenuto eidetico, non vi sarebbe differenza tra l’esserci o il non esserci. Sapere quanto valgono cento talleri, cosa si possa comprare o non comprare con essi, potenzialmente e indipendentemente dallo stato patrimoniale personale, non è lo stesso che averceli effettivamente e poterli spendere. Il contenuto concettuale del sapere, preso isolatamente e direi assolutamente, è così da Kant deprivato di valore ontologico. La determinazione contenutistica concettuale, l’insieme delle categorie, dei predicati che definiscono un concetto, non si riferiscono per sé stessi alla possibilità più che alla effettualità. Sapere quanto valgono cento talleri non significa avere la possibilità di spenderli effettivamente. E senza tale possibilità il concetto non si riferisce a niente che sia nel mondo reale. Da qualche parte i talleri devono esserci; devono esistere come parti distribuite del Capitale. Qui lo statuto della distribuzione proprietaria del Capitale viene assunto da Kant come fattuale. Ed è su questo punto analogico e quindi vulnerabile della battuta kantiana che Hegel interviene per criticare la tesi della natura non predicativa del senso dell’essere: per Hegel la proprietà del Capitale è ancora un concetto prima che essere un dato di fatto.

Se la battuta di Kant lascia intendere che il senso dell’essere dei talleri sia l’averceli o non averceli, Hegel risponde che certo è vero, ma proprio per questo quel senso è ben colto dai concetti di essere proprietario o essere nullatenente, e non dagli astratti e semplici essere e nulla.

Il famoso esempio dei cento talleri inesistenti ma pensati era stato usato da Kant per indirizzarlo contro la prova ontologica dell’esistenza di Dio. L’essere perfettissimo e quindi potremmo dire il bene ed il valore supremamente universali. Per la prova ontologica basterebbe pensare il concetto di un’essenza, l’essenza a cui convengono tutte le realtà, per dimostrarne l’esistenza. Kant ribatte che non basta pensare all’essenza dei cento talleri per averceli. Come contro obiezione a questa riduzione economicista del valore divino si potrebbe rispondere che con cento talleri non si compra il bene assoluto. E fuor di figura, ribadire la differenza tra ente finito ed ente infinito. Hegel sembra aver preso questa strada quando scrive che l’elevazione al di sopra della finitezza dei cento talleri sta in rapporto con la prova ontologica, che il concetto di Dio non è il concetto di un ente finito, e che la vera critica della ragione e delle categorie dovrebbe riconoscerlo. Ma l’elevazione al valore infinito, nelle parole di Hegel, non porta a fissare saldamente la differenza tra essere e nulla: al contrario! Eppure era questa “indifferenza” che Hegel sente ridicolizzata dalla battuta dei cento talleri. Quando scrive che l’uomo deve innalzarsi nel suo animo all’astratta universalità e che questa esigenza (Forderung) era vera per l’antico pagano e a maggior ragione deve esserlo per il cristiano, Hegel si riferisce, pensando allo stato di elevazione del pensiero alla scienza speculativa, ad uno stato di “indifferenza” ontologica. In tale elevazione (Erhebung) per Hegel si viene rinviati (Zurückweisung) dall’essere particolare finito all’essere in quanto tale assolutamente e astrattamente universale il cui senso è la soppressione (ein Aufheben) persino della differenza tra l’esserci e il non esserci come Io o dall’avere dal non avere. In rapporto a tali affermazioni, l’apprezzamento della validità della prova ontologica parrebbe esser direttamente correlata alla presa d’atto dell’indifferenza ontologica del concetto. Ossia Hegel valuterebbe la caratteristica meramente eidetica del concetto, accettata anche da Kant, come portatrice di un senso dell’essere più elevato, nella sua astratta universalità, rispetto al senso dell’essere inteso come dato extra-concettuale. Tuttavia questo non aiuta Hegel a mostrare che anche il dialettico capisce i rapporti di forza reali del mondo dello scambio monetario! Per ritorcere la battuta dei talleri indifferenti all’essere e al non essere, come il gatto quantistico di Schrödinger, occorre mostrare che anche per il dialettico c’è differenza concettuale tra averli e non averli i denari!

Ma cosa significa capire concettualmente l’essere reale?

Del fatto che in Kant il senso dell’Essere sia extra-concettuale ossia che non attenga alla mera predicabilità o al mero contenuto determinato eideticamente e categorialmente, Hegel offre in queste pagine un acuto esame. Hegel ricostruisce il contesto gnoseologico da cui parte l’obiezione di Kant. Essere e non-essere da Kant non sono intesi nella loro astratta universalità concettuale, ma come particolare nesso nel contesto percettivo dell’esperienza, quindi l’essere e il non essere di un concetto sono intesi come acquisizione percettiva di un oggetto, senza incremento del concetto stesso dell’oggetto. Noi oggi potremmo dire, mutuando il lessico di Frege, che il valore ontologico di un concetto è funzione della sua applicabilità ad un oggetto. Per Kant l’oggetto reale non è un contenuto concettuale, in quanto il concetto è semplicemente una determinazione dello stato o della rappresentazione del soggetto, per principio separato dall’oggetto. L’oggetto effettivo si trova fuori dal concetto e vi si aggiunge sinteticamente. Nell’espressione kantiana, sottolineata dallo stesso Hegel che cita il passo del filosofo, emerge allora un’analogia tra patrimonio (das Vermögen) e rappresentazione (Vorstellung), o capacità, possibilità, facoltà, rappresentativa, che nella sua generalità comprende il duplice contributo intuitivo-intellettivo. Possibilità cognitiva e possibilità patrimoniale sono entrambi stati del soggetto per la cui la realizzazione effettiva e oggettiva, come per la valorizzazione cognitiva e monetaria, si richiede una aggiunzione o applicazione esterna. Ovvero per Kant non è nella facoltà, nel potere, della capacità rappresentativa spontanea del soggetto cognitivo di darsi il proprio oggetto, di rendere oggettive le proprie idee, e quindi di determinarne la realtà e l’esistenza, più di quanto non sia nella capacità del singolo soggetto economico nello scambio monetario di attribuirsi cento talleri che non gli appartengono di diritto o di fatto, in forza del suo solo sapere o volere, sin quando non gli siano corrisposti dall’esterno. La separazione – altri dopo Hegel dirà alienazione – tra le possibilità e facoltà del soggetto e l’oggetto, a cui esse vanno applicate, è per Kant una struttura trascendentale, non ulteriormente analizzabile. E l’ombra di tale separazione si proietta sulla distinzione tra valore d’uso e valore di scambio, rendendo lo scenario dell’economia monetarizzata di mercato l’unico senso d’essere agibile dal sapere.

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La contro battuta hegeliana ha ora il campo aperto. Infatti Hegel colpisce l’analogia tra soggetto cognitivo e soggetto proprietario, che è emersa nella ricostruzione della teoria kantiana della rappresentazione. Ecco quello che pare il nucleo sostanziale della contro battuta di Hegel: se è vero che per l’essere astratto e universale, categoriale, non fa differenza essere o non essere, l’io che si rappresenta qualcosa o che è possessore di valore monetario è contenutisticamente diverso, quindi concettualmente diverso, dall’io che non può rappresentarsi qualcosa o che non possiede valore monetario. È sempre ancora una differenza di concetto quella che distingue e separa l’esser-proprietario dall’esser-nullatenente, il soggetto ricco di rappresentazioni dal soggetto deprivato e povero di rappresentazione! L’essere e il nulla cessano di essere astrazioni quando venga pensato in essi un contenuto determinato. L’essere non è ancora realtà, sino a quando non diventa l’essere di una certa cosa, per esempio i talleri, e anzi l’essere stesso di tale determinatezza di contenuto, il concetto dei cento talleri, non viene ad essere messo in relazione ad uno stato (in Beziehung zu einem Zustand) – essere in cassaforte, sotto il materasso, in banca – diventando il concetto di stato-patrimoniale (das Seyn als Vermögens-Zustand). Solo in questa contesto determinato e sempre concettuale, in cui la differenza tra essere e non essere va interpretata come una alterazione-mutamento-cambiamento (Veränderung) e non è più mero divenire (Werden), l’essere o il non essere dei talleri è trasposto nella sfera dell’esserci. La differenza tra essere e non essere dei cento talleri non appartiene dunque all’essere o al nulla astratti, come nella battuta che Hegel ascrive a Kant, ma alla relazione di proprietà e questa prima di essere un fatto è un concetto, un’idea, che si fa valere nei fatti! Per la logica dialettica e concettuale solo l’esserci determinato, quindi per esempio la qualità dell’esser proprietà di qualcuno, contiene la differenza reale tra essere e non essere, come differenza tra qualcosa e altro, quindi differenza dall’esser-nullatenenti. La differenza tra essere e nulla astratti è invece solo presunta e in definitiva inconsistente e contraddittoria. Con tale mossa Hegel rovescia il pesante giudizio sulla logica dialettica che dalla battuta pesudokantiana scaturiva, come giudizio postumo sulla sua incapacità di discernere l’effettualità dei rapporti economici. La logica dialettica comprende concettualmente quei rapporti, senza assumerli come dati fattuali non ulteriormente criticabili. Essi sono idee realizzate. Se Hegel concorda con Kant nel distinguere il concetto della vuota possibilità dall’essere, e se concorda nel pensare che dalla vuota possibilità non si possa produrre la realtà dei talleri, perché è certamente corretto che il concetto di possibilità sia diverso da quello di realtà, tanto corretto che in tale diversità e separabilità consisterebbe la definizione delle cose finite, transitorie, mortali e mutevoli, Hegel, tuttavia, può ancora ribattere che l’esistenza di Dio come quella del Capitale, pur non data come oggettivamente percepibile, non per questo non sarebbe analizzabile predicativamente come posizione di certe Idee che si fanno valere nei fatti. Idee esistenti e, come poi diranno alcuni suoi discepoli, idee criticabili dialetticamente.