Il corpo e la storia. La genealogia nietzscheana secondo Foucault

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All’inizio di Nietzsche, la genealogia, la storia, Foucault passa in rassegna i vari termini tedeschi con cui Nietzsche indica il vocabolo ‘origine’, ognuno dei quali assume una sua particolare sfumatura di significato che lo differenzia dai rimanenti. ‘Origine’, oltre ad avere un senso metafisico, è da riferire alla ‘tradizione’ (destinata ad andare perduta), designante la particolarità identitaria di un popolo e – implicitamente nello scritto – il suo originario radicamento, non solo relativo a condizioni materiali: ogni tradizione è oggetto di ‘venerazione’, anche per via della sua supposta grandezza e autenticità morali.

Ebbene, Foucault, lungi dal ‘venerare l’origine’, ironizza su di essa, mirando a distruggere i miti delle tradizioni (il che, certamente, non fa del francese un sostenitore della massificazione).
Platone fonda la metafisica. La metafisica classica si caratterizza, da un lato per la capacità di raggiungere una conoscenza obiettiva, dall’altro per la libertà che è in grado di esercitare colui che ‘conosce’ (adeguandosi nel comportamento a quanto ha conosciuto).

Con il soggettivismo moderno, pur venendo meno l’oggettivismo, non viene meno l’universalità della conoscenza, il fatto di non essere mera ‘prospettiva’, e non viene meno la libertà, ora quale mera capacità di aderire – ancora una volta – a quanto conosciuto – però senza grandezza, né disinteresse: non è un caso che, agli inizi dello scritto, Foucault parli di ‘utilitarismo’, da collegare alla nozione di ‘soggetto trascendentale’ – bersaglio preso particolarmente di mira dal filosofo francese.

Insomma, né la filosofia classica, né la filosofia moderna, costituiscono una ‘filosofia storica’, un ‘pensiero del divenire’, di contro ad ogni tipo di costante sovrastorica, caratterizzante ogni metafisica.

Nietzsche, nell’elaborare la sua genealogia della morale, parte dalla ‘volontà di verità’, dalla volontà di sapere, di conoscere. Il genealogista, alla fine, scopre che non esiste nessuna verità metafisica, nessun assoluto. Scopre che il suo voler aspirare alla conoscenza, nonché – magari – l’illusione di averla raggiunta, non era altro che una passione faziosa di svilire l’altro con le parole (nello specifico, per mezzo di argomentazioni). Vedremo alla fine in cosa consista l’atteggiamento intellettuale del genealogista interamente disilluso.

Ma prima vediamo quale immagine di uomo è offerta dalla genealogia. L’uomo si scopre essere un animale dalla coscienza assai ridotta: incauto perché impulsivo, troppo stupido per conoscere schopenhauerianamente che la vita è dolore, troppo stupido anche solo per restringere di quest’ultimo eticamente l’ambito (nel raggiungimento di un accordo, di un po’ d’armonia, di una sintesi). L’uomo, dunque, al pari dell’animale, è un essere dialettico, ciecamente conflittuale, attaccabrighe, scioccamente cattivo.

Ora, nessun uomo fa eccezione: il mondo è – afferma Foucault – un teatro (luogo di apparenze), in cui ogni cieca forza estrinsecata è scagliata contro altre forze – la ‘volontà di potenza’ domina il tutto.

Ecco, di conseguenza, come il genealogista interpreta le morali. Ve ne sono principalmente di due tipi, entrambe legate alla nostra animalità.

Un corpo animale può essere forte e vigoroso, ma anche debole e svigorito. A un corpo dionisiaco piacerà prendere, vivere, soddisfare ogni impulsività (senza pensare troppo al pericolo); un corpo debole sarà troppo fiacco per volere e potere arraffare, piuttosto sarà portato a non agire, a non spossarsi e snervarsi ulteriormente nell’azione, desidererà fisiologicamente starsene in pace, ovvero aspirerà alla quiete (se non, addirittura, alla morte vera e propria), facendo in modo che nessuno lo turbi, costringendolo a reagire. Non per coscienza, per consapevolezza, dunque! Tanto che, una fisiologia malata, non cesserà di essere dialetticamente ‘volontà di potenza’, scagliata contro altre estrinsecazioni di forze. Ciò, per raggiungere immediatamente il proprio scopo di essere lasciato in pace, colpendo l’uomo forte. Anche se, contro quest’ultimo, acquisisce anche, in virtù della sua stessa debolezza, la spinta ad annientarlo per pura e faziosa antipatia. E così, escogita il senso di colpa, orientato da un lato a contenere l’azione dell’uomo forte contro di lui, dall’altro a farlo stare interiormente male.

Sia chiaro che, stando a Foucault, entrambi i tipi umani si equivalgono – non è che l’uno sia migliore e l’altro peggiore. Esprimono semplicemente prospettive differenti, interpretano diversamente il mondo, sulla base di diversi gradi di forza relativi alla loro istintualità o vitalità.

Il corpo, dunque, da un lato si contrappone a libertà e coscienza; dall’altro, essendo sia forte che debole, si contrappone ulteriormente alla metafisica, in quanto fa venir meno ogni punto di vista privilegiato, ogni norma (come tale, costante). Corporeità, animalità, storicità, genealogia, infine divenire, sono nozioni fra loro strettamente connesse. L’ultimo termine in particolare allude, presso Nietzsche, al carattere transeunte dei valori nel corso della storia umana: vi è un’epoca antica della forza e un’era moderna della debolezza.

Come si comporterà, dunque, il genealogista? Il pensiero genealogico, cosa, per così dire, ‘gli avrà fatto guadagnare’ (in più rispetto all’uomo comune)? Oltre ad aver scoperto di essere fazioso, di provare quindi delle irrazionali inimicizie, ha anche abbandonato ogni illusione metafisica (o meglio – vi è da ritenere – ogni stupida ‘deformazione del mondo’ metafisica). Potrà finalmente agire in modo effettuale, efficace, ad esempio e in primo luogo, in ambito politico.
Disilluso sulla morale, poi, non si lascerà più indebolire dalla ‘parte avversa’, vivendo anche in modo più felice.