Una cieca vitalità. Céline, Pasolini, Artaud

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Viaggio al termine della notte, romanzo a carattere autobiografico di Louis-Ferdinand Céline, sembra essere la descrizione della fuga angosciosa del suo narratore e protagonista dalla vita stessa, il quale, nel suo punto di partenza – non a caso – è al fronte, nel corso della prima guerra mondiale. La guerra sembra infatti essere la metafora della vita, luogo di frammentazione e di inconciliabilità, dove tutti lottano contro tutti, nel tentativo di sopraffazione, di ridurre la resistenza fino all’annientamento. Si comprende dalle prime pagine del libro come per Céline un’esistenza sia tanto più felice quanto più il corpo di chi la vive è bello, forte e sano. Un essere siffatto non la denigrerà, ma ne affermerà con spensieratezza i vani e superficiali principi, conquistando e amando in primo luogo. L’uomo dalla buona fisiologia, fisionomia e costituzione genica, interamente dominato da vanesie pulsioni estetiche, vivrà al massimo la vita e ne esecrerà la fine. Se il protagonista fosse stato un uomo forte, il viaggio intrapreso sarebbe stato affascinante, avvincente, avventuroso, talmente travolgente da accecare circa i pericoli, persino mortali, che avrebbe potuto comportare, nell’immediata incoscienza di un passato e di un futuro insensati.

Le cose descritte da Céline sono talvolta disgustose; lo scrittore si serve spesso del turpiloquio per esprimere metaforicamente delle situazioni, o per descrivere degli ambienti squallidi, come quelli della periferia parigina, in cui Ferdinand Bardamu – è il nome del protagonista del romanzo – svolge l’attività di medico. Chi la abita è per lo più gente malriuscita, predisposta dalla nascita ad ammalarsi, dall’aspetto grottesco, non seducente, la cui perversione la induce a infliggersi ulteriori supplizi, rendendo il proprio aspetto ancora più sgraziato (ad esempio, attraverso l’uso vizioso dell’alcol, per via di una routine malsana, per il fatto di sottoporsi a fatiche o ad altri tipi di strazi).

Una fisicità debole e priva di destrezza proverà timore di fronte a scenari imponenti, pericolosi per chi vi si avventura o per chi è costretto ad addentrarvisi, come quelli dell’Africa selvaggia e incontaminata e della colossale metropoli di New York (Ferdinand, abbandonato il fronte, si recherà dapprima in Africa e successivamente approderà in America, dove sperimenterà nel modo anzidetto i due rispettivi scenari, non senza tuttavia esserne anche affascinato).

Il debole prova invidia nei confronti dell’uomo forte, per cui, odiandolo, ne demonizzerà sia le belle e vigorose sembianze che il vitalismo della sua condotta, biasimandolo in modo sprezzante. Si esprimerà, ad esempio, pessimisticamente circa l’assenza di autentici legami affettivi tra gli uomini (l’uomo forte nell’amare, magari anche saldamente e intensamente, ama in realtà in modo vanesio solo sé stesso). L’uomo debole fingerà di apprezzare tutto quanto si contrappone allo stile di vita e al gusto di colui che avversa, dunque la fatica e ogni altro tipo di condizione disagiata (ad essi darà il nome di ‘doveri’), nonché la morte (a chi non la elude quando gli si fa incontro dà il nome di ‘eroe’). E a forza di sperimentare e contemplare cose brutte e cose poco attraenti, vi si affeziona, pervertendosi. I soli valori che i deboli concepiscono (lo si legge nel romanzo, in riferimento agli abitanti dei quartieri popolari), non sono altro che dei timori conformistici (non potendo spiccare, risaltare, fra gli altri, la loro vanità è ridotta ad un livellante conformismo). Ad un certo punto della narrazione Ferdinand dissacra le commoventi (in realtà solo retoriche) esortazioni all’altruistico dovere e all’eroismo.
Dunque, dopo essere stato al fronte, Ferdinand si reca in Africa. È affannosamente assolata e presenta anche scenari paludosi e insalubri. Dapprima viene ricoverato per aver avuto una grave crisi nervosa per via della sua disagiata condizione di soldato, dovuta in realtà a quel tanto di forza, di spirito anarchico, che lo differenzia da ogni altro personaggio descritto nel romanzo. Dopo la parentesi africana, emigra negli Stati Uniti, dove sperimenta le angustie del lavoro presso la catena di montaggio. Tornato in Francia, dopo aver lavorato come medico, trova una nuova occupazione in una struttura manicomiale posta nei pressi di Parigi. I malati sembrano tutti, in fondo, soffrire per la bassezza e la stupidità della loro condizione di esseri umani.

 

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Pier Paolo Pasolini, nel poemetto Le ceneri di Gramsci, che dà il nome alla sua prima raccolta poetica in italiano, espone il suo pensiero e la sua poetica, tanto che vi è da ritenere rappresenti il manifesto di entrambi: rimarranno inalterati nel restante corso della sua esistenza. Se il poemetto risale ad un periodo che precede di qualche anno l’esplosione del boom economico, in Italia è già in atto, per il poeta friulano, un processo di dissoluzione culturale ad opera del capitalismo avanzato, processo che raggiungerà il suo acme nei tempi vicini alla sua morte (il suo ultimo film, Salò o le 120 giornate di Sodoma, è la soffocante testimonianza di tale apice).

La cultura, per Pasolini, è questione d’immediatezza, non è legata alla riflessione e alla coscienza, ma ai sensi e ai sentimenti. È irrazionale. L’uomo delle origini – come gli abitanti delle borgate romane, dall’indole che sarebbe rimasta inalterata nel trascorrere dei secoli – risulterebbe essere così caratterizzato: un egoistico, ma pulito, senso di pietà naturale stempererebbe in esso ogni altra sua egoistica componente, al contrario viziosa, cieca e irragionevole, sensualmente aggressiva. Un’infondata, ebbra, allegria, non priva di genuina grazia, accompagnerebbe una spontanea, carnale, selvatichezza, che non giungerebbe mai, quindi, alla sopraffazione dell’“Altro” (ad abusarne). Per il marxista Pasolini, l’idea positivistica per la quale il crimine, l’immoralità, dipende dall’indigenza vale certamente per i giovani borgatari, i quali, nell’ipotesi della conquista di dignitose condizioni materiali, instaurerebbero il comunismo.

I problemi sorgono quando la consapevolezza prende atto dell’infelicità umana per cui si giunge a desiderare la morte, della fredda solitudine dell’uomo, della sua meschinità, per cui si arriva ad odiare e a disprezzare oltremodo sia sé stessi che gli altri. Tale consapevolezza fa guadagnare all’essere umano una libertà anarchica, arbitraria, di tipo sado-masochistico. L’omologazione capitalistica, ad esempio, punisce l’uomo impoverendone macabramente l’esistenza e facendolo sentire una totale nullità se non si conforma ai dettami del mercato. E il lavoro, così come il dovere in genere, non sarebbe altro che un modo di comprimerlo, di strangolarlo.

 

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Antonin Artaud è un letterato anomalo, che si serve di uno stile poetico nei suoi primi scritti. Con specifico riferimento all’opera biografica Eliogabalo o l’anarchico incoronato, lo stile utilizzato per compilarlo è per lo più esplicativo e descrittivo, salvo dunque l’aver espresso in esso, ad esempio, la bellezza voluttuosa di donne forti e scaltre come Giulia Soemia, l’estremamente dissoluta madre di Eliogabalo, o la carnale bellezza androgina di quest’ultimo.

Eliogabalo fu un imperatore romano di età ellenistica di origini siriache. Artaud narra le sue turpi e per lo più dissennate vicissitudini dall’esito drammaticamente grottesco. La madre, sia per motivi legati alla frustrazione delle sue ambizioni, sia per una passione incestuosa nei confronti del figlio, lo seguirà fino alla sua morte cruenta in una fogna, facendo essa stessa una fine sanguinosa. Precedentemente lo scrittore francese illustra, ad esempio, dei miti pagani, di carattere infero, o comunque cruento (caratteristica, quest’ultima, che si è un po’ mantenuta anche nelle religioni più recenti, come nel cristianesimo), mostrandone l’univocità di significato, rinviante ad una demoniaca, aristocratica ed esoterica religiosità universale.

L’assunto di tale misteriosa religiosità è pressoché il seguente: per via della carnosa unità psico-fisica del nostro organismo, un corpo forte darà il massimo anche sotto il profilo intellettivo (per quanto ciò sia umanamente possibile). Per contro, un corpo debole è un corpo malato, sia fisicamente che mentalmente. Sarà snervato come un lavoratore che, dopo aver fatto gli straordinari, se ne sta in poltrona: gli darà noia qualsiasi cosa che non sia il restarsene in poltrona. Tendenza all’astensione dall’azione e istupidimento (allucinatorio, deformante la realtà), caratterizzano i deboli, che dunque prenderanno tale loro carenza di vitalità per bontà – bene e male sono solo apparenze per Artaud – o, quantomeno, per cosciente avvedutezza. Se il livello di consapevolezza dell’uomo in genere è limitato, l’uomo forte come potrà prendere le azioni più abiette e crudeli che arriva a concepire per azioni malvagie, o comunque sconvenienti?

Ma veniamo ad Eliogabalo. Oltre che ambiguo sessualmente, è ambivalente anche caratterialmente. È, forse, essenzialmente un debole. Si sente più vicino al miserabile popolo che all’aristocrazia dei dominatori. Tramite dei signorili rituali iniziatici, acquisisce la più estrema lucidità che si possa raggiungere. Forse, dissennatezza e volontà di eterno riposo hanno guidato la sua condotta, la sua vita (da cui il suo esito atroce). L’anarchia, in Artaud, è l’assenza di principi guida esistenziali universalmente validi. Nella sua obbedienza a sé stesso, quale fautore di decadenza in un periodo di decadenza, Eliogabalo, scrive Artaud, «rovescia l’ordine precostituito, le idee, le nozioni comuni delle cose. Egli pratica un’anarchia minuziosa e pericolosa, poiché si scopre agli occhi di tutti» (tr. it. A. Galvano, Adelphi), dissolvendo ogni apparenza, ogni rappresentazione, ogni messa in scena.