La bellezza nelle immagini di Scarciglia

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La bellezza come esperienza e come forza liberatoria nelle immagini di Scarciglia

Quando parliamo di bellezza, parliamo dell’esperienza umana della bellezza: è l’agire umano che sostanzia e idealizza la bellezza, la quale più che a Dio appartiene all’uomo, Dio è già Tutto e non ha necessità di complementi. La bellezza è in ogni luogo, in ogni cosa del Creato, nelle opere d’arti, nella letteratura, nella poesia, nella fede dei cristiani, nella speranza, nelle assenze, nel mistero, nell’infinito, nella ragione, nella verità, nella giustizia. Non è una formula matematica o concettuale, se lo fosse sarebbe mutilata del suo alone di mistero, e priva dello splendore che suscita ammirazione.
Non è un anticipo del paradiso ma un ardente desiderio di concludere l’incompiuto, limitare il limite, aggiungere presenze alle assenze fintantoché non viene soddisfatta una parte di noi. Quando nelle cose della natura vediamo una parte di noi stessi si fa l’esperienza della bellezza. L’uomo è interessante, non il cielo colorato dalle stelle. Il cielo è interessante se l’uomo lo guarda e in esso conclude un’assenza di sensibilità che avverte in quel momento. Qual è la sfida dell’uomo sulla bellezza? Rendere onore a ciò che c’è intorno e sopra di noi con la massima intensità di vita che si contrappone alla rassegnata casualità del mondo. Uscire dalla penombra della vita, da quella zona di grigio che include una parte dell’infinito negato all’uomo, non per castigo ma per ragione di incompiutezza, la quale è propedeutica all’ammissione nel laboratorio dei misteri dove la creazione di un’opera d’arte è epifania di bellezza. Il legame tra lo spirito e l’arte è sottolineato dalla bellezza – ragione, precisione, onestà, verità, intuizione di comprendere la nudità dell’esistenza umana che si esplica nel dubbio e nell’incapacità di comprendere i meccanismi regolatori di essa, allora la Ragione creatrice dà luce all’arte e alla bellezza.

La bellezza non sfugge alla retorica politica e all’uso monumentale di essa da parte del potere: democrazie e totalitarismi, seppure con modalità diverse, hanno cercato il consenso attraverso la realizzazione di opere architettoniche imponenti. Il valore socializzante della bellezza è dimostrato dalla sua capacità di far stare insieme l’individuale e il collettivo. «La città è come una grande casa, e la casa a sua volta una piccola casa», questa è la concezione della città che aveva Leon Battista Alberti. Una concezione come un tutto organico. Ad essa si chiede di essere a misura d’uomo, antropometrica e antropomorfica. La città nel Rinascimento si avvia a diventare un monumento, «rappresentazione o dimostrazione visibile dell’armonia ben diretta che regna all’interno dello Stato» (Giulio Carlo Argan).
La storia di un paese si comprende attraverso le opere d’arte, i suoi palazzi e piazze, vicoli, botteghe. Questo è il senso della bellezza: una continua interrogazione sulla funzione delle cose da non confondere con il gusto che è soggettivo. La bellezza è un fatto di conoscenza. Elio Scarciglia ci dà una prova della bellezza scrutando con la sua cinepresa i dettagli e l’insieme di un paese: Chiavenna. Cittadina posta all’estremo lembo settentrionale della Lombardia che con la sua valle tende quasi ad essere in movimento verso il cantone svizzero dei Grigioni. Elio Scarciglia (fotografo, regista ed editore) ci propone un «assaggio» di bellezza nelle forme antiche e moderne del borgo, senza eccessi di rappresentazione, con le antichità che assumono modernità, con le luci del giorno e della notte che rimandano a un altrove, con i fiori da cui è possibile trarre fuori un verso, con gli alberi che stillano gocce di tenerezza. Un incanto, questo paese. Luogo ideale di poesia. La fitta simbologia di immagini catturate inducono al sogno ispirato di un mondo fantastico, idealizzato nella memoria del tempo, dove il passato superbamente appare nelle sue forme di immagini sottratte all’avidità dell’eternità.
Chiavenna. Viaggio nella bellezza documentario realizzato da Scarciglia per i tipi di Terra d’ulivi, rende chiari e intelligibili i contenuti del paese, anche complessi. In ogni immagine riaffiora la bellezza come dimensione morale dell’uomo. Il paese agli occhi di Scarciglia si presenta come luogo geometrico-matematico, che consente di cogliere l’ordine e la perfezione dell’universo nelle minuzie della vita quotidiana, sapientemente individuati dall’espressione fisica dei sentimenti. E allora il bello, nello splendore del suo apparire è manifestazione del vero, del genuino, della bontà della virtù umana. Le parole possono essere infinitamente belle in virtù del loro potere di seduzione, invece le immagini tratte dal luogo oltre a riprendere l’idea della bellezza come armonia fondata sulla proporzione considerano la bellezza anche come splendore, ossia la simmetria e la misura geometrica dell’armonia che si fondono con i suoni del lavoro, delle parole della gente, del rumore dell’acqua, delle luci che in giochi di acrobazia rendono l’atmosfera surreale.

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Gli antichi cercavano la bellezza. L’uomo moderno cerca la bellezza dalle forme ambigue che dà immediato consumo di piacere, tant’è che si sente autorizzato a dire che solo ciò che è bello è degno di essere scelto. E la bellezza è diventata una decorazione, banale, triviale. Scarciglia sa interpretare il proprio ruolo di raccoglitore di immagini strappate alla memoria, le rimodula in frammenti visivi che non devono meravigliare, anzi devono (come uno spartito di armonia scritto con esemplarità) esplicare la semplicità delle cose che sono offuscate dalla grandiosità, poiché un dettaglio riesce sempre a conficcarsi nella sensibilità dell’uomo per germogliare il piacere del godimento della bellezza. Sì, godimento, difatti di questo si tratta. Far godere l’osservatore in questo viaggio di bellezza che schiude ai nostri occhi la sua intima verità. Scuote perché chiama in ognuno di noi la propria esperienza a sorprendersi, a prendere consapevolezza della sua misura, di ciò che la supera e la rende magnifica. Quando si incontra la bellezza si prova un senso di smarrimento e di inquietudine, poiché rivela qualcosa che non era mai accaduto alla nostra sensibilità, vale a dire si palesa un annuncio di sconvolgente benessere interiore affinché nella nostra vita cambi qualcosa, si rompa lo schema dell’abitudine e dell’ordinario, per fare posto alla straordinarietà del mistero che almeno in parte si rivela all’uomo.
Dostoevskij aveva detto che la bellezza è il campo di battaglia nel quale Dio e Satana si giocano il cuore dell’uomo. Lo scrittore russo aveva inteso la dualità della bellezza che nel suo mostrarsi può indurre in tentazioni diaboliche che esulano dalla verità e creano presupposti di piacere in contrapposizione al Bene, oppure può farsi accettare sulla base della sua essenza di innocenza che si fa verbo. Ecco allora che il campo di battaglia è rappresentato dalla realtà che inganna e dalla quale si riceve anche prova di violenza gratuita: il Bene e il Male si contendono la Bellezza giacché nelle loro forme di apparizione e di utilizzo è insito l’egoismo e la volgarità. Dalla materia grezza che ha davanti, il poeta estrae l’oro (Bellezza), vale a dire la verità artistica che si trova al di sopra della realtà quotidiana – frutto di una costruzione artificiale, ossia arte. Nel suo Inno alla bellezza Baudelaire descrive la bellezza come una forza misteriosa e al contempo dirompente che custodisce i caratteri del mistero e dell’evidenza che si accompagnano con l’orrore e la follia. Certamente la bellezza baudelairiana assomiglia ad una donna affascinante e capricciosa, moderna ma temibile in quanto dispensatrice di felicità e disastri, non è più quindi il modello ideale classico e neoclassico, secondo cui è perfezione armonica. Valga come esempio la scena dell’insetto che si getta sulla candela benedicendo la fiamma che lo uccide, che dà origine alla doppia similitudine con l’innamorato che anela al rapporto con la sua donna, paragonato a sua volta al moribondo che accarezza la tomba.
E allora non chiediamoci se la bellezza provenga dal cielo o dall’inferno. Che importa saperlo se è lei che rende più godibile la vita.