L’etica è per le persone – Il terzo incomodo

San Paolo, Milano 2015
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Con il suo L’etica è per le persone (San Paolo, Milano 2015) Roberto Mordacci ottiene il duplice scopo di fornire una sorta di introduzione alla filosofia morale corredata anche da piccoli affreschi storiografici, che possono risultare molto utili a chi si avvicina per la prima volta a questi temi; e poi di offrire una visione ordinata e, potremmo dire, sistematica di un “personalismo critico” (la formula è utilizzata dall’autore stesso sin dalla prima pagina) che approda a una morale del rispetto, a cui Mordacci aveva già dedicato un intero saggio.

Che si sia d’accordo o meno con l’impostazione generale e con gli esiti (e io non lo sono quasi per nulla né gli uni né con l’altra) non si può non riconoscere che questo libro ha i pregi della chiarezza, della giusta misura e dell’onestà dell’approccio.

Mordacci individua lo scopo primario dell’etica nell’«aiutare le persone a vivere bene» (pag. 5). Per cercare una prospettiva filosofica che possa fornire gli strumenti di un supporto anche teorico per la prassi, l’autore propone un personalismo critico che rimanda «alle due tradizioni che le parole evocano: quella del personalismo novecentesco […] e quella della filosofia critica, ovvero del pensiero di Kant e della sua eredità anche in campo morale» (pag. 7).

Un passo importante per ottenere una visione quanto più filosofica e libera possibile è quello di demarcare il campo tra la filosofia e le altre visioni del mondo o discipline, come la scienza, l’arte e la religione, rivendicandone la completa autonomia, sebbene riconoscendo i continui intrecci e le reciproche contaminazioni, perché «la morale come filosofia si interroga senza conoscere le risposte. O meglio: si pone le domande senza aver già ricevuto da altrove le risposte. Se le ha ricevute, le mette in questione, cioè le sottopone al vaglio della riflessione critica: si chiede se siano risposte credibili dopo esser state criticate con argomenti ragionevoli» (pagg. 29-30).

La prospettiva di Mordacci è quella di un personalismo ragionato, critico non solo nell’ambito della prassi, ma pure in quello della formulazione teorica. Così vengono messi in discussione o comunque riformulati alcuni assunti della stessa tradizione personalistica. Ciò che mi sembra convincente di questo approccio – che vuole essere fenomenologico, ossia arrivare alle cose stesse in nome della fatticità e della prassi – è il tentativo di non tralasciare nessun aspetto che caratterizza la vita dell’essere umano. Proprio per questo, sotto il titolo di I livelli costitutivi della persona (pagg. 68-84) troviamo una breve ma esaustiva panoramica di tutte le componenti fondamentali della persona, a partire dalla corporeità in senso stretto (sensazioni, percezioni…) che apre alle relazioni con l’altro da sé, per giungere all’immaginazione e alla memoria che travalicano nell’attività del pensiero, della volontà e del desiderio. Per approdare infine alla capacità di giudicare, ai valori e alla costruzione di un carattere che costituisce lo scopo dell’etica, perché «il carattere, ovvero la personalità o individualità personale, è il risultato visibile di questo lavoro profondo del volere. È niente meno che il nostro compito ultimo come persone» (pag. 83).

Qui Mordacci si lascia sfuggire una frase che costituisce il fulcro dell’intero suo ragionamento, il perno del personalismo, ossia la convinzione che «il comportamento umano è irriducibilmente diverso dal comportamento degli altri animali: se dal lato dell’esteriorità e dei fenomeni, anche sociali, gli animali umani appaiono spesso solo come animali un po’ complessi, quando si tiene conto del livello del pensiero, e in particolare del pensiero pratico che informa l’azione, le cose cambiano» (pag. 80). È proprio sulla base di questa presunta differenza tra gli esseri umani e gli altri animali che può sussistere qualcosa come il personalismo, fermo restando che tutti gli esseri umani debbano essere considerate persone. Ora, come assumere una prospettiva personalistica senza cadere in un antropocentrismo? Ogni volta che sento o leggo un ragionamento che pone al centro del cosmo o del pensiero l’essere umano in senso metafisico (perché è chiaro che il nostro pensiero può esercitarsi connaturatamente solo in termini umani; ma una cosa è la struttura, una cosa è l’approdo metafisico) penso sempre a degli scimpanzé che si mettono a discettare sulla centralità degli scimpanzé, a dei delfini che disquisiscono sugli oceani che sono fatti per loro perché loro sono gli unici a essere liberi in tutti gli oceani, oppure anche all’antico argomento di Senofane contro l’antropomorfismo degli dèi, un pensiero che percorrendo tutta la storia poi trova formulazione perfetta e divertita nel Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo di Leopardi, dove ognuno crede che il mondo sia fatto per sé, fino a quando il Folletto, in un moto di sincerità, se ne esce così: «Io tengo per fermo che anche le lucertole e i moscherini si credano che tutto il mondo sia fatto a posta per uso della loro specie. E però ciascuno si rimanga col suo parere, che niuno glielo caverebbe di capo; e per parte mia ti dico solamente questo, che se non fossi nato folletto, io mi dispererei».

Il fatto è che il personalismo di Mordacci (ma anche in generale) si fonda sulla convinzione, o meglio la pretesa, che in tutto l’universo regolato da leggi ferree, da una causalità necessaria, solo l’uomo ne sia svincolato, sebbene viva per tanti versi sotto condizionamenti e influenze. Certo, anche Mordacci è consapevole che la libertà, o più precisamente il libero arbitrio è indimostrabile, sia logicamente che sperimentalmente. Ma lui segue l’impostazione kantiana e non si muove di un ette (non che sia per forza un difetto, per carità), cosicché la libertà – a cui è dedicato tutto il capitolo 5, pagg. 138-165 – è assunta come indispensabile requisito della ragion pratica. La prospettiva assunta è quella del “compatibilismo”, secondo la quale «la versione “epistemologica” del determinismo è importante, perché, a differenza di quella “scientista” (o “riduzionista”) è compatibile con l’idea che, fermo restando il postulato del determinismo sul piano dei fenomeni, si possa ammettere una causalità libera su un altro piano: per esempio, quello dell’azione, dove contano anche le intenzioni e gli scopi dell’agente» (pag. 152).

Dopo questa disamina della libertà e della morale kantiana, sposata in pieno, anche nel formalismo, Mordacci giunge alla formulazione del principio della sua concezione etica. All’imperativo categorico e alle massime kantiane, infatti, aggiunge un principio generale che viene formulato «in una maniera molto semplice e diretta: “Agisci in modo da rispettare ogni persona, te stesso e chiunque altro”» (pag. 173). Dove con “rispetto” si intende l’agire in accordo con la propria libertà e con quella degli altri, secondo un principio di non contraddizione etico. Tutto questo, allo scopo di formare un carattere che consenta di vivere immersi nella storia con un piglio cosmopolitico, perché, chiude Mordacci, «la storia resta un’impresa morale, ma non può essere un progetto moralistico. […] Ciò che accade nella storia, anche il fallimento del più sensato e più umanistico dei programmi politici, trascende la nostra capacità di controllarlo, ma non la nostra capacità di farne parte. Ed è di questa che siamo responsabili, di fronte a noi stessi e a ogni altro» (pag. 203).

A conti fatti, questo libro è un buono strumento, un’introduzione efficace per chi vuole avvicinarsi alla filosofia morale, ma offre anche spunti molto interessanti per chi è già addentro agli studi filosofici. Non condividere la prospettiva di un autore è poca cosa, in confronto al fatto che comunque ci si ritrova a leggere un buon libro, chiaro e schietto. Per un filosofo, in generale, non concordare sul piano teorico è decisivo; ma quando sulle conclusione pratiche si è d’accordo, allora c’è poco da continuare a disquisire, pena la caduta in discussioni magari tanto erudite, ma altrettanto noiosamente professorali e accademiche. Perché rispetto all’etica è sul piano pratico che si decide tutto. Dunque esiste poi davvero una filosofia morale? Io credo di no. Ma questa è tutta un’altra faccenda.

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terzo

Non entro mai nel merito o nel vivo del dibattito. Vorrei sempre schivarne tesi obiezioni controrisposte come si schivano sputi. Perché ogni qualvolta si interviene in un dibattito – anche se il tema è filosofico o presunto tale – non si parla: si sputa. E siccome il dibattito, qualunque sia, è sempre di stringente attualità, per un filosofo esso è destinato alla sputacchiera della storia. Quando vi partecipo, poi, ho sempre la sensazione di sputare in alto o controvento. Come dice Kierkegaard in risposta alla gente che si preoccupa del tempo: «Se debbo sputare, io mi sputo in faccia». Le righe che dedico al libro di Riccardo Ferrigato, Il terzo incomodo. Critica della fecondazione eterologa (San Paolo, Milano 2015) sono sputi, dunque, rivolti esclusivamente contro di me.

Verrebbe da definirlo una cianfrusaglia cattolica. Il mio è un giudizio feroce, pronunciato con la bava alla bocca (quasi uno sputo), perché Il terzo incomodo è un libro offensivo e disonesto. Offensivo perché etichetta il donatore di gameti (che secondo le sofisticherie di Ferrigato non si può assolutamente chiamare “donatore”) come da titolo: il terzo incomodo (cfr. pagg. 134-137). Inoltre i paragoni – non sempre azzeccatissimi, come nota l’autore stesso – tendono a sminuire le persone che si trovano coinvolte nella fecondazione assistita, in particolare nell’eterologa. Così l’infelice paragone, un po’ abusato, è quello con Abramo, moglie e serva, faccenda ebraica della quale siamo tutti a conoscenza, o almeno chi ha avuto la fortuna di essere mandato al catechismo e così conoscere da subito i propri polli. Nell’esegesi di Ferrigato, Sara è una povera matta che compie una scelta sconsiderata: sterile, decide di proporre al marito Abramo di ingravidare la serva Agar, la quale dopo essere rimasta incinta si monta la testa; Abramo sta lì come un toro da monta. I termini sono miei, ma il ragionamento è di Ferrigato: ogni individuo sterile come Sara che vuole avere un figlio è sconsiderato; ogni donatore è un servo, perché si fa usare. Tra l’altro Ferrigato adotta un’interpretazione tutta sua del fatto che quando Agar rimane incinta di Abramo non si cura più della padrona. Secondo l’autore, ciò è avvenuto perché, mentre s’accoppiava con Abramo sotto la tenda, si sono guardati negli occhi; in questo modo, non è che sia proprio sbocciato l’amore, ma solo per l’atto stesso di guardarsi negli occhi mentre scopavano si sono “riconosciuti”. Invece quasi tutti noi e soprattutto i poveri umani ciechi che si affidano all’eterologa da tempo abbiamo costruito «un muro alto e quasi impenetrabile che cela lo sguardo, ovvero quel riconoscimento della reciproca esistenza umana che si è verificato sotto la tenda di Abramo» (pag. 66). Questo “sguardo” sotto la tenda, ovviamente, è un’invenzione di Ferrigato; nel racconto della Genesi non ve n’è traccia.

E poi: perché scegliere l’esempio di Abramo e non quello, altrettanto abusato da altri versanti, citato anche in maniera scherzosa, della Vergine Maria, San Giuseppe e Dio Padre? Anche qua si tratta di un’eterologa, tra l’altro ancora più simile alla situazione odierna, proprio perché manca il rapporto sessuale. Evidentemente conviene soprassedere sul fatto che Maria si dica “serva” anche lei e sulla santa accettazione di Giuseppe. Questo paragone positivo è inspiegabilmente (si fa per dire) taciuto. Ma il fatto è che tutti i paragoni – se non sono proprio azzeccatissimi, sovrapponibili con esattezza di margini – possono servire a tirare acqua al proprio mulino o al contrario presentare le cose in maniera negativa.

Oltre che offensivo, è un libro disonesto, dicevo. Lo è perché innanzi tutto non denuncia la propria matrice cattolica. Non che si debba farlo per forza; in fondo non è che quando si scrive qualcosa si debba per forza dire se lo si fa da un punto di vista ateo o religioso in generale. Tuttavia, la disonestà, nel caso specifico, risiede nel fatto che nessun elemento o ragionamento vuole essere ricondotto alla religione, quando in realtà la cosa è abbastanza palese. Tanto varrebbe giocare a carte scoperte. Ma questo è il vizio di fondo, il più grave, di tutto il libro: non si gioca a carte scoperte. Il punto di vista è cattolico, nella maniera più ortodossa, e non lo si dice. Si vorrebbe che la legge non consentisse l’eterologa e si dice anzi che il diritto non lo si vuol toccare. Ma soprattutto: Ferrigato dice che sulla scorta di Spinoza non vuole parlare di morale bensì di etica: «Il mio libro intende occuparsi di etica, non di morale, usando questi due termini nelle accezioni tipiche della filosofia di Baruch Spinoza: la morale si interroga su come dovrebbe essere la vita dell’uomo e la sua domanda fondamentale è “cosa posso fare?” Da notare che quel “posso” si riferisce a un ideale di cosa sia giusto e di cosa sia sbagliato; la riflessione morale implica l’esistenza di qualcosa che possa guidare l’azione (e, allo stesso tempo, permette di giudicarla). […] “nell’etica non si giudica mai” perché essa non fa riferimento a vette ideali da raggiungere, ma analizza quanto esiste per capire quali siano le sue possibilità materiali, altrimenti dette la loro natura e la loro potenza» (pagg. 14-15). Bene, un’assunzione condivisibile. Se non fosse che è negata a ogni piè sospinto da Ferrigato stesso: ogni definizione, ogni analisi, ogni descrizione della fecondazione soprattutto eterologa e dei suoi protagonisti è intrisa di giudizi morali negativi. Insomma, tolti i sofismi: se la fecondazione eterologa si può fare e si fa, senza danno per alcuno, allora sarebbe eticamente possibile, anzi è praticamente reale. Solo che per Ferrigato tutto ciò è sbagliato. Quindi moralmente ingiusto: il “donatore” è un terzo incomodo, utilizzato come una cosa e non è più persona, è uno schiavo; chi ricorre all’eterologa è asservito a sua volta alla tecnologia del sistema capitalistico, ma anche schiavizza il “donatore che non è un donatore” e lo vorrebbe cancellare come persona; il figlio che nasce da tale pratica non è un figlio della coppia… Ci mancava solo tacciare di diabolicità i medici mefistofelici che consentono tale pratica.

Il nocciolo filosofico di tutta la questione, a ben vedere, ha poco di filosofico e molto di antropologico: Ferrigato è un maschio di cultura cattolica (io effettivamente non so se sia credente o meno, ma non ha importanza: il suo approccio è cattolico da cima a fondo). Nonostante tutti gli sforzi, Ferrigato non esce dall’ottica segnalata da una banca del seme, il centro Dyros: «L’evidenza [o meglio “l’esperienza”, come precisa Ferrigato stesso in nota] suggerisce che le donne single e le coppie omosessuali in particolare preferiscono donatori non anonimi mentre le coppie eterosessuali preferiscono donatori anonimi per proteggere l’immagine dell’uomo come padre e pertanto la loro identità famigliare» (riportato a pag. 151). La prospettiva dell’autore è appunto questa: da maschio padre di famiglia. Sarebbe interessante sentire le motivazioni di una donna.

Ed eccoci al nocciolo: per Ferrigato è importante l’autorialità, nello scritto come nella procreazione. I libri, per lui, sono come i figli: «Il libro che avete tra le mani è manifestazione di me, del mio passato, dei miei studi, dei miei errori, delle mie inadeguatezze; anche se volessi, non potrei cedere questa inerenza; fatene quello che volete, ma resterà manifestazione di me. Il gamete è manifestazione del suo “primo proprietario”. Sappiamo che può essere regalato, venduto, perfino sfruttato economicamente in un business internazionale, ma non può cedere il suo “essere manifestazione di”» (pag. 131). Il libro è suo, come il figlio è suo. Che non siamo mai autori di niente, che le cose e le persone non manifestano se non sé stesse, non è pensiero che attraversa Ferrigato, il quale sembra voler lasciare un timbro su ogni cosa che gli capiti tra le mani. L’autosussistenza ontologica e oggettiva di ogni cosa o persona è concetto troppo biologico e filosofico a un tempo perché possa scalfire le sue convinzioni o mitigare il suo istinto di maschio padre di famiglia e autore di libri.

In definitiva, come tutti i cattolici che sanno che esiste una verità anche se dicono di non sapere qual è (cfr. pagg. 143-145), Ferrigato incappa in una fallacia logica: ciò che lui non vorrebbe per sé, non dovrebbero volerlo nemmeno gli altri, neppure se stanno tutti meglio nel farlo. E da qui al volerlo vietare per legge c’è meno di un passo.

La conclusione del libro ci prende con le buone e si può esserne d’accordo. L’autore rimette a noi la nostra libertà, per fortuna. E poi finisce con un dubbio, ossia se effettivamente siamo liberi o no. Un libro che si chiude con un dubbio è sempre un’ottima cosa. Anche se Ferrigato ci aveva giocato un brutto tiro, in apertura, quando ci ha quasi fatto credere che per Spinoza l’uomo sia libero. In nota ci aveva detto: «Anche per il già citato Spinoza la libertà è la cifra dell’umano» (pag. 16, n. 10). Ora, un lettore appena un po’ avvertito sa che le cose non stanno esattamente così e nemmeno l’uomo, secondo Spinoza, si sottrae alla ferrea catena del rapporto causa-effetto. La libertà spinoziana è tutta intellettuale, giocata sul complesso intreccio delle passioni, e se una vera e propria libertà c’è, è solo quella dell’immaginazione. Bene così, per quanto mi riguarda mi ci rifugio non appena posso. Perché non credo che l’uomo sia libero. E quindi, ricalcando la conclusione di Ferrigato, le mie parole sono inutili, come «inutile sarebbe anche questo libro» (pag. 154).