L’oro prezioso dell’essere

Mursia, Milano 2013
Leave a comment

Diventa ciò che hai appreso di essere.
Pindaro, Pitiche, 2, 72

«Il mondo, semplicemente, esiste perché esiste»: sembra una frase di Massimo Catalano – scomparso tra l’altro pochi giorni fa –, filosofo dell’ovvio a fianco a Renzo Arbore in “Quelli della notte”; e invece è di Sossio Giametta, filosofo di professione, “storico” traduttore e curatore delle opere di Nietzsche (suo maestro spirituale) insieme a Colli e Montinari.
Che il mondo esista e che la sua esistenza non possa essere spiegata da noi creature limitate, come vorrebbero le religioni e gran parte delle teorie filosofiche, non è affatto considerazione banale, è anzi sintomo di piena lucidità della ricerca, di lungo e sofferto percorso di purificazione dall’illusione del significato. È infatti questa la materia dell’ultimo lavoro di Giametta – L’oro prezioso dell’essere (Mursia 2013) –: la filosofia, nietzscheanamente, come stile d’accettazione della vita, e dunque del divenire; non dell’eterno ritorno dell’identico, intuizione – a detta di Giametta – folle, ma del divenire tout court: si nasce e si muore, niente più.
La prima parte del libro è dedicata alle Domande filosofiche, ovvero a quelle domande che si pone la filosofia e alle quali, paradossalmente, ma, come appena detto, molto lucidamente, essa non sa rispondere: “Che cos’è il mondo e perché esiste”? Che cosa siamo noi e perché esistiamo?… Invero, una risposta, Giametta la dà, ed è quella con cui abbiamo qui esordito:

Il mondo, semplicemente, esiste perché esiste. È un unicum irrelato. Esiste perché, almeno secondo la nostra logica, non può non esistere. L’idea che il mondo possa non esistere è assurda, è una fantasia, una fisima, una fantasmagoria, e si può concepire solo perché il mondo esiste. […] L’esistenza è la cosa più semplice di tutte, una cosa elementare, la sola reale e possibile, la base insopprimibile di tutte le altre (p.14).

E se il mondo non è spiegabile poiché viviamo grazie ad esso, nel suo grembo, tantomeno lo sarà il nostro esser uomini imperfetti e bisognosi di risposte. Cade, dunque, ogni perché. Perché chiedersi qualcosa di impossibile? La nostra logica, la finitudine, la relatività spazio-temporale, ci costringono a sospendere le ricerche, o meglio a immaginar l’essere come risultato d’un gioco – improvvisato fino a un certo punto, dato che di regole di sicuro non manca (con la morte, ad esempio, non si bara). Un gioco di creazioni e distruzioni, amori e disamori. Nessuno è mai tornato dall’oltretomba – a parte Odisseo e qualche altro “fortunato” eroe mitologico –, e, ancora lei, la ragione, ci costringe a pensare che dopo la morte sarà il nulla, proprio come prima di venire al mondo. Ma Giametta, anche qui – a proposito del senso dell’esistenza di noi uomini –, dà una risposta, lancia il suo dardo, e lo fa con Nietzsche, colui che forse più di tutti illuminò il percorso a uomini accecati da valori anti-vitali e contrari allo spontaneo, e quindi sano, dispiegarsi dell’esistenza terrena – l’unica: il senso dell’esistenza è diventare ciò che si è, ossia realizzarsi: «Mozart esisteva per la musica, Spinoza per la filosofia, Onassis per gli affari, Al Capone per la sopraffazione mafiosa, e così via» (pp.15-16).
C’è chi dice che il senso dell’esistenza sia la felicità. Non è così. La felicità può essere il senso della vita, certo, ma non dell’esistenza. Il senso profondo del perché ridiamo e piangiamo non lo conosceremo mai, ma sappiamo che la vita è un cenno dell’eterno, un breve tempo cangiante che non sfruttiamo mai abbastanza. Che cos’è che può dar senso a un’insensata vita dall’insensata esistenza? Vivere felici. E che significa vivere felici? Si dirà che la felicità è soggettiva. Può essere, ma di certo, anche (e soprattutto) in questo caso, è racchiusa nella realizzazione personale, ché se così non fosse, non saremmo uomini, bipedi implumi fatti di desideri e speranze. Questa, dice Giametta, è la felicità delle felicità, ossia

Realizzazione delle proprie potenzialità, pieno svolgimento delle proprie possibilità, dispiegamento delle proprie capacità, insomma l’entelechia in senso aristotelico, come stato di attuata perfezione raggiunto da un ente. […] Essere è produrre. La fecondità è un effettivo criterio di sanità della vita e dunque della felicità. Pascal malato che scrive è felice. Pure Nietzsche (pp.18-19).

Altro che il “meglio non essere mai nati” di Sileno: noi amiamo vivere e non vorremo far che questo, producendo per “essere felici”, pieni, vivi – appunto. Giametta è d’accordo con Giordano Bruno (e tantissimi altri) nel dire che siamo abitati da qualcosa di eterno: la vita. La vita è eterna, fluisce in tutti gli esseri e non cede mai alle lusinghe del nulla; è la nostra che ha durata limitata, ma finché vivrà in noi la sentiremo eterna. A dispetto della ragione, dunque, vorremmo essere eterni – ciò è incontestabile (?) –, abbiamo bisogno di sperarlo, bramarlo, in quanto necessità primordiale, anche se stretti nella morsa dell’infausta condizione di “condannati a morte”. Ma siamo sicuri sia davvero così? Se fossimo immortali non incorreremmo, forse, nella noia degli dèi invidiosi dell’effimerità e unicità umane?
Ad ogni modo, l’esistenza del mondo e degli esseri che vi abitano, noi per primi, è e sempre sarà la più grande meraviglia, croce e delizia del filosofo.

Fu Nietzsche (a cui è dedicata l’intera seconda parte del libro), per Giametta, l’araldo del “buon vivere”, o meglio del “vivere onesto”, l’uomo che riuscì ad accettare – sulla carta – la vita così com’è, il divenire che si scontra con l’essere: sotto l’influsso di Dioniso, egli diceva: «muori al tempo giusto». «Sembra una sciocchezza, tanto è radicato in noi l’egoismo. Ma altro sbocco […] non c’è, altra soluzione del problema, in base a tutto quello che sappiamo, non si dà» (p.66). Eppure, ci dice Giametta, anche Nietzsche cedette alla tentazione dell’essere, e lo fece con la teoria dell’eterno ritorno dell’uguale – cos’è questo se non un’altra “fiacca” consolazione che sogna di abbracciare l’essere? Ma se quest’istante lo abbiamo già vissuto infinite volte e infinite volte lo rivivremo, che senso avrebbe sforzarci di migliorare? Cadiamo così in un «deprimente fatalismo» (p.143). Sarebbe dunque questo uno degli errori più grossolani d’un uomo già sulla via della pazzia. Perché non possiamo andare oltre al relativismo di coscienza e morale, un mondo “in prospettiva”, che cova un senso diverso in ogni angolo – non abbiamo occhi fatti per questo.
Tuttavia Nietzsche rimane un maestro di grandezza, l’infaticabile contestatore d’una decadente cultura bimillenaria (quella cristiana, occidentale) bisognosa di nuovi profeti. Egli, con le sue qualità poetiche e moralistiche, che superano il filosofo – la filosofia, alla fine, a causa delle sue pretese logiche, gli stava quasi antipatica –, si candidò coscientemente, a detta di Giametta, a genio religioso dell’avvenire. La sua conquista fu la religione laica, o quantomeno un decisivo passo verso di essa – processo sorto grazie alle coscienze degli umanisti rinascimentali. Nietzsche fonderebbe in tal modo, in Così parlo Zarathustra (vertice poetico e religioso della sua opera), non un sistema filosofico, né tantomeno la religione dell’eterno ritorno, «bensì la religione della vita, della vita effimera, caduca e scintillante […]; fonda la religione del corpo e della terra, contro ogni trascendenza, immortalità, eternizzazione, sostanziazione» (p.145) – che è molto di più d’un sistema. L’allievo e amico Peter Gast glielo aveva detto: questa «è una sacra scrittura», un antivangelo; Nietzsche stesso, in Ecce homo, lo chiamerà la «Bibbia del futuro». Questa, dunque, la sua umile (al contrario del superbo Cristianesimo) religione, una religione laica: «amare la vita nonostante gli orrori del mondo» (p.152).
Tutto ciò significa «[…] che il vero bisogno fondamentale delle civiltà umane è […] il bisogno religioso» (p.159); e che a fianco al Nietzsche filosofo del martello, abbiamo il Nietzsche positivo, l’edificatore, che significa qualcosa di più della trasvalutazione – che pur fa parte della sua missione – di tutti i valori. Di qui anche l’immensa solitudine d’un uomo vocato alla grandezza. D’altronde, scrive egli stesso nel suo Epistolario: «C’è chi è nato postumo» e «[…] starsene per conto proprio per il meglio è cento volte più importante che essere “conosciuti”, il che significa essere fraintesi» (p.223).

La lucida bellezza di queste pagine proposte da Giametta, riepilogo e sistematizzazione di decenni di letture e ricerche, potrebbe tranquillamente arrestarsi qui, con il suo Nietzsche – anzi, forse il libro avrebbe addirittura guadagnato di intensità e “coerenza”. D’altra parte Giametta è pur sempre “allievo” dell’asistematico Nietzsche – il quale, invero, sognò fino alla fine di redigere un Hauptwerk filosofico (che sarebbe dovuto essere La volontà di Potenza) da affiancare agli altri capodopera che lo precedettero nella storia del pensiero occidentale. Nell’Oro prezioso dell’essere è presente, infatti, una terza e ultima parte con saggi dedicati a Schopenhauer, Freud, Marx e Spinoza. In effetti, al pari di Nietzsche, tutti questi pensatori ci appaiono “rivoluzionari”, spartiacque coscienti d’un’epoca: con Spinoza, a differenza di Descartes, «la sostanza pensante e la sostanza estesa [diventano] una sola e medesima sostanza, che è pensata ora sotto questo, ora sotto quell’attributo (p.349); con Schopenhauer si aprono le porte all’irrazionale fino ad allora nascosto dalle pretese d’una ragione sovrana – Giametta arriva addirittura a paragonare Il Mondo come volontà e rappresentazione all’Iliade per qualità di narrazione poetica; con Marx l’attenzione scende nei bassifondi delle trame economiche, principesse delle società umane; e con Freud la religione – il bisogno fondamentale dell’uomo, Nietzsche compreso – viene definitivamente declassata a nevrosi (da curare).

L’Oro prezioso dell’essere è, in definitiva, un libro di e sulla filosofia, accessibile (e consigliato) anche ai non filosofi, per la sua chiarezza e destrezza letteraria; soprattutto a chi vuole addentrarsi nella conoscenza del misterioso e geniale uomo e pensatore Friedrich Nietzsche, oltre le venerazioni e gli anatemi, con sguardo disincantato seppur colmo di gratitudine.