Olocausto animale

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Alla voce «Vivisezione», l’Enciclopedia Americana riporta che «il termine si applica ad ogni tipo di sperimentazione sugli animali, sia che questi vengano sezionati o no». E il Merrian-Webster, dizionario maggiormente in uso nelle università statunitensi, precisa: «ogni forma di sperimentazione animale, specie se provoca sofferenza al soggetto». Il termine “vivisezione” si utilizza dunque per indicare quegli esperimenti che – condotti in genere senza anestesia e analgesia – causano sofferenza psichica e fisica all’animale. Ogni specie animale viene utilizzata: mammiferi, roditori, rettili, pesci e uccelli. Fu Arie Brecher, un neuro-pediatra, a definire la vivisezione una «perversione scientifica», oltre che una vergogna per la ricerca medica: «Esattamente come avere dei rapporti sessuali con un animale è una forma di perversione sessuale, l’indagare le malattie umane sugli animali è una perversione scientifica. E chi cerca di prendere delle scorciatoie nella ricerca scientifica, senza vedere la diversità dei sistemi biologici tra un animale e l’altro, non ha capito tanto bene le scienze naturali e cade come un fesso nella trappola che la natura gli ha teso». E sono sempre del Dr. Brecher le dure parole di condanna alle atrocità – inutili – cui vengono assoggettati gli animali: «Gli animali presi per questi esperimenti sono chiamati “animali da laboratorio”. Nella zoologia non esiste una specie del genere. Esiste invece una specie di animali da laboratorio con i camici bianchi, che torturano animali, strappano e schiacciano le loro membra, estirpano loro gli occhi, trapanano il loro cervello, a volte senza anestesia, bruciano i loro tessuti con acido e con il fuoco, somministrano loro delle scariche elettriche, li lasciano affamati, li drogano, iniettano loro dei veleni nelle vene. E tutto ciò “in nome della scienza”»1.

L’inattendibilità del modello animale. Ogni specie differisce dalle altre sia anatomicamente che fisiologicamente; e differente è la risposta dell’organismo nei confronti di una determinata sostanza, artificiale o naturale. Tuttavia, una volta che l’esperimento è stato condotto sull’animale, viene effettuato sull’uomo. Nessuna specie animale, compreso l’uomo, può costituire modello sperimentale per nessun’altra specie. A sostegno di tale affermazione, le parole del Dr. Massimo Tettamanti, chimico antivivisezionista:

Gli animali più usati per scopi sperimentali sono sicuramente i roditori: topi, ratti e cavie. Sono piccoli, facilmente gestibili, costano poco e la loro durata di vita di due-tre anni è sufficientemente breve da permettere rapidi studi di cancerogenesi. Esistono differenze microscopiche dei processi metabolici e anche differenze macroscopiche fra uomini e animali. Alcune delle differenze macroscopiche più famose sono: a differenza dell’uomo, i roditori non sono in grado di vomitare le tossine; l’uomo può accumulare agenti nocivi dal naso e dalla bocca mentre i roditori respirano solo dal naso; ratti, topi e criceti sintetizzano la Vitamina C all’interno del loro corpo ottenendo così naturalmente un potente agente anticancerogeno mentre l’uomo non è in grado di farlo; i ratti hanno una elevata capacità enzimatica di non accumulare massa grassa (che in loro si accumula nel fegato) a differenza dell’uomo nel quale si accumula nelle arterie, diventando una potenziale causa di patologie; i ratti vivono solo 2-3 anni; un’altra differenza è che i ratti femmina hanno una salute migliore se possono continuamente restare gravide; inoltre è diverso l’assorbimento del ferro nelle diverse specie. Citando alcune delle sostanze chimiche più famose, il benzolo e l’arsenico, cancerogeni per l’uomo, non lo sono per i roditori che vengono normalmente utilizzati per questo tipo di test. Allo stesso modo, la naftilamina, cancerogena per la vescica urinaria umana, non provoca nessun tipo di cancro nel topo. Una ricerca, partita dall’Università di Manitoba, a Winnipeg ha messo in evidenza che molti antistaminici e alcuni antidepressivi (fluoxetina, amitriptilina, ecc…) provocano il cancro ai topi. Le aziende produttrici hanno replicato che i loro laboratori possono dimostrare l’innocuità delle sostanze incriminate. Quindi, in alcuni laboratori, gli studi su animali hanno dimostrato la pericolosità di molte sostanze; in altri laboratori, gli studi su animali hanno dimostrato l’innocuità delle stesse sostanze. Ciascuno può ottenere il risultato che preferisce, che più fa comodo2.

Ancora Brecher: «From an animal one can get only a very approximate indication of how a human will react under similar circumstances. But this is not science – it’s a lottery. However, we are not playing games. At stake are health and life. There is absolutely no connection between vivisection and human health. The day it was decided to develop medicaments using animal models, it was a sad day for mankind. People began to get sick and to die due to medications»3. La gente inizierà ad ammalarsi e a morire a causa dei farmaci, ha affermato Brecher. Un’affermazione forte, quanto mai vera. Secondo dati statunitensi, il 51% dei farmaci testati sugli animali, che hanno superato sia la sperimentazione animale che quella umana, causa gravi reazioni avverse nella nostra specie (morte, invalidità permanente) che non si erano verificate negli animali da laboratorio; così come è possibile anche che un farmaco risulti del tutto inefficace se non letale per gli animali: è il caso della penicillina. Nonostante l’inefficacia della penicillina nei conigli, Alexander Fleming usò l’antibiotico su un paziente molto grave e, per fortuna, Fleming non effettuò i primi test su cavie o criceti, perché la penicillina li uccide. Howard Florey, il premio Nobel a cui si co-attribuisce la scoperta della penicillina, disse: «Che fortuna che non avessimo questi esperimenti su animali negli anni ’40, perché altrimenti la penicillina non avrebbe mai ottenuto una licenza e, probabilmente, l’intera gamma degli antibiotici non sarebbe mai stata realizzata».
James G. Gallagher aggiunge che «animal studies are done for legal reasons and not for scientific reasons. The predictive value of such studies for man is often meaningless — which means our research may be meaningless»4. Protette dagli Stati in cui fabbricano i propri prodotti, le industrie farmaceutiche hanno un solo obiettivo: il profitto. La vivisezione consente ai ricercatori di aggirare con facilità gli ostacoli di natura burocratica e legale, frapposti fra la sperimentazione animale e quella successiva sull’uomo, visto che gli esperimenti su animali falliscono nel loro intento di predire il risultato sugli umani il 99,7% delle volte5.

Alternative. Esistono numerosi modelli alternativi, in fase di sviluppo già da molti anni: i modelli computerizzati, test su microrganismi, test su colture cellulari e in vitro, e ancora microchip al Dna e microcircuiti di cellule umane. In diversi settori, gli animali non vengono più abusati: test di fototossicità, mutagenesi, crash test di automobili, test di gravidanza, indagini igienico-sanitarie degli alimenti etc. Inoltre il 70% della ricerca biomedica (la biologia della medicina) non fa uso di animali. Diversi sono i gruppi di ricerca universitaria e non che, in Italia e nel mondo, fanno ricerca senza vivisezione: C. Benaventi a Milano, Bettero a Padova, R. Bercof a Roma, Fedi a Terni; e centri di ricerca americani come l’I-Care e il The Cancer Project.
In Italia, i primi timidi passi sono stati compiuti per quanto riguarda le leggi che regolano la sperimentazione in vivo. L’articolo 16 (Princìpi e criteri direttivi per l’attuazione della Direttiva 2010/63/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 settembre 2010, sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici), detto anche “Emendamento contro Green Hill”, è stato di recente approvato alla Camera dei Deputati; si attende ora il verdetto del Senato. La promozione di modelli sperimentali alternativi, normative che tutelano animali da laboratorio come cani, gatti e scimmie, istituzione di banche dati contenenti tutti i risultati delle ricerche scientifiche sono i punti salienti dell’emendamento. Che, se verrà approvato, apporterà sostanziali modifiche rispetto alle vigente legge. Restano però dei dubbi: non è chiaro chi e come finanzierà gli studi sui metodi alternativi; non c’è nessuna normativa che ponga divieto di acquistare dall’estero animali da vivisezionare, nessuna normativa che tuteli gli animali geneticamente modificati. Il comma b, poi, rivela infatti inquietanti scappatoie: esso impone di «vietare l’utilizzo di scimmie antropomorfe, cani, gatti ed esemplari di specie in via d’estinzione, a meno che non risulti obbligatorio in base a legislazioni o farmacopee nazionali o internazionali o non si tratti di ricerche finalizzate alla salute dell’uomo o delle specie coinvolte, condotte in conformità ai princìpi della direttiva 2010/63/UE, previa autorizzazione del Ministero della Salute, sentito il Consiglio superiore di sanità»6. Il problema vivisezione rimane dunque ancora aperto.