Il cognitivismo alla resa dei conti

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Numerosi film di fantascienza, tra i quali Matrix, Tron, Il tredicesimo piano, Terminator e Johnny Mnemonic, ci hanno ormai abituato a pensare alla possibilità di riversare i contenuti di una mente umana in un memoria artificiale come a qualcosa di teoricamente realizzabile, anche se non ancora alla portata delle nostre capacità tecniche. Molti scienziati e filosofi mostrano oggi di credere in questa possibilità. Qualcuno arriva addirittura a ipotizzare che si riuscirà un giorno ad arrivare a una sorta di immortalità memorizzando tutte le conoscenze e i ricordi di una persona su un disco magnetico o altro supporto materiale, così da poter farli rivivere successivamente in un’altra persona o in un sistema artificiale.
In qualche modo, questa convinzione è figlia di una concezione della mente, nata intorno agli anni ’50, successivamente confluita nella prospettiva psicologica nota come cognitivismo, per la quale tutti i fenomeni mentali non sarebbero altro che il risultato di processi di elaborazione dell’informazione effettuati dal nostro cervello, in maniera non molto dissimile da quanto avviene negli ordinari computer.
Esistono ovviamente delle differenziazioni all’interno di una simile prospettiva. Alcuni ritengono che l’idea di un cervello che operi sequenzialmente sulla base di procedure predefinite non renda giustizia del gran numero di attività svolte contemporaneamente dalle diverse aree nervose. Per questo, all’idea della computazionale tradizionale, sarebbe da preferire il modello delle “reti neurali”, basato sull’elaborazione in parallelo. Altri considerano il cervello come un sistema formato da diversi blocchi funzionali (moduli) dotati di notevole autonomia; altri ancora contestano questa concezione sottolineando l’incredibile numero di interconnessioni che mettono in comunicazione zone nervose anche molto distanti tra loro.

Questi modi di concepire l’attività cerebrale, pur nella loro diversità, sono in ogni caso basati su un assunto comune, e cioè che la mente, in tutte le sue manifestazioni, costituisca un mero prodotto dei processi nervosi che hanno luogo nel cervello. Per cui, visto che detti processi consistono essenzialmente in scambi di segnali di natura elettrochimica tra neuroni, riproducendoli in ogni loro aspetto in un sistema artificiale opportunamente progettato, essi non potrebbero che dare luogo agli stessi fenomeni mentali che si osservano nell’uomo.
Senonché tale convinzione, senza dubbio coerente con l’attuale naturalismo scientifico, si scontra con gli effettivi risultati conseguiti finora, i quali mostrano con drammatica evidenza l’abissale diversità che esiste tra certi aspetti o proprietà della mente e ciò che è ragionevole attendersi di ottenere mediante l’elaborazione dell’informazione. Non solo non siamo riusciti a realizzare un elaboratore dotato di un sia pur minimo barlume di coscienza o di autentiche doti creative, ma non abbiamo neppure la più pallida idea di come dovrebbe essere strutturato un simile elaboratore. Non siamo quindi di fronte a limiti tecnici, dovuti alla impossibilità di costruire macchine con caratteristiche particolarissime o che richiedono livelli di precisione non attualmente raggiungibili. Il problema è assai più esteso e generale di quanto comunemente si sia disposti ad ammettere: tutti i fenomeni che conosciamo, tutte le possibili combinazioni tra questi che siamo in grado di immaginare, non prospettano in nessun caso l’eventualità di poter dar vita a proprietà della mente come la coscienza o la creatività.

Si tratta, in altre parole, di una impossibilità che si presenta sempre più come un limite invalicabile, non dipendente dal tipo di organizzazione o dal grado di complessità dei nostri modelli. Del resto, mentre filosofi e scrittori di fantascienza continuano a trastullarsi con fantasiose immagini di automi superintelligenti e dotati di facoltà coscienti, gli ingegneri impegnati concretamente nel campo dell’intelligenza artificiale e della robotica hanno da tempo rinunciato all’idea di poter emulare le caratteristiche più peculiari della mente umana. Più modestamente, essi si concentrano sul modo migliore per far svolgere compiti circoscritti e ben definiti alle macchine, dando implicitamente per scontato che esse non potranno mai eguagliare certe capacità dell’uomo. A ciò va aggiunto che la riflessione teorica da parte di alcuni autori maggiormente critici nei confronti della concezione computazionale della mente ha ormai dimostrato in modo matematico l’esistenza di numerose tipologie di problemi affrontati con successo dalla nostra mente, che l’elaborazione dell’informazione (vedi computazione) non è invece in grado di risolvere1.
Di fronte all’accumularsi di dati empirici e di acquisizioni teoriche che indicano con forza crescente l’infondatezza della credenza che la mente sia assimilabile a un sofisticato computer, non si può far a meno di chiedersi per qual motivo essa continui ad essere tanto popolare sia tra il vasto pubblico che tra gli “addetti ai lavori”. Tra questi ultimi c’è ancora chi ritiene il cognitivismo il miglior modello oggi disponibile per una spiegazione della mente2; per non parlare di personaggi del calibro di Daniel Dennett che seguitano imperterriti a sfornare libri volti a convincerci che non c’è nulla in ciò che assimiliamo al “mentale” che non sia riproducibile tramite computer sufficientemente potenti ed equipaggiati con appropriati programmi3.

A mio avviso, il caparbio perseverare lungo percorsi di ricerca di cui sono ormai ben delineate le inadeguatezze non può essere spiegato con il genere di argomenti utilizzati dai vari autori per sostenere le proprie posizioni. È necessario abbracciare una prospettiva assai più ampia, che prenda in considerazione anche le motivazioni profonde che, in ultima analisi, si trovano all’origine delle posizioni stesse.
A cosa è dovuto il fascino irresistibile, come pure l’indubitabile necessità con cui tendono a presentarsi la prospettiva computazionale della mente e, più in generale, la tesi della mente come mero prodotto dell’attività nervosa del cervello?
Non deriva certo dai risultati ottenuti con le realizzazioni pratiche che hanno visto la luce finora, né dalle conclusioni più avanzate della speculazione teorica. Perché, come abbiamo visto, essi sembrerebbero indicare una direzione del tutto opposta.
La realtà, nuda e cruda, è che mettere in discussione l’idea che la mente possa essere completamente spiegata sulla base dei fenomeni cerebrali a noi noti, siano essi considerati analoghi ai processi di elaborazione dell’informazione o da far rientrare in altri modelli ancora da definire, apre un pauroso vuoto conoscitivo, che sembra non avere altro sbocco se non la ricaduta in obsolete posizioni dualistiche. La chiusura, netta e senza tentennamenti, di fronte a qualsiasi forma di dualismo è – a ben guardare – la principale motivazione che sta dietro alle attuali tesi sulla mente: la motivazione che domina su ogni altra considerazione. Ma tale chiusura va ben oltre il rifiuto di utilizzare principi esplicativi che, anche lontanamente, si richiamino a entità non appartenenti al piano fisico. Essa agisce come una sorta di camicia di forza che impedisce, di fatto, alla riflessione nel campo della mente di allontanarsi dai sentieri tradizionalmente battuti. Di conseguenza, per coloro che operano in questo campo, pressati dall’esigenza di rimanere allineati ai concetti e ai metodi della scienza consolidata, si aprono due strade, entrambe fortemente discutibili.
La prima possibilità consiste nel ricorrere a concetti esplicativi sostanzialmente ad hoc, che si rivelano, a un’analisi appena un po’ attenta, privi di una autentica base empirica, e quindi in contrasto con uno dei requisiti fondamentali del procedere scientifico. Il principale di tali concetti è senza dubbio quello di “proprietà emergente”, per cui elevati livelli di complessità, come sono quelli che caratterizzano l’organizzazione del cervello, darebbero origine a fenomeni e comportamenti del tutto nuovi, non riconducibili ai fenomeni e ai comportamenti che si riscontrano nelle parti costituenti. Abbiamo a che fare, com’è facile rendersi conto, con un concetto che di esplicativo ha proprio ben poco, dal momento che dopo aver definito “emergente” un determinato evento – se ci pensiamo bene – non abbiamo compiuto passi significativi verso la sua comprensione. Continuiamo infatti a non capire quale sia la natura della relazione causale che lo lega ad altri eventi. Ciò diviene particolarmente evidente nel caso della mente: applicare l’etichetta di fenomeno “emergente” ad essa può darci l’illusione di aver migliorato la nostra conoscenza in merito (e, per giunta, senza aver chiamato in causa fattori dualistici). In realtà, ci siamo limitati a sostituire un concetto esplicativo metafisico con un altro concetto, altrettanto metafisico, in quanto privo di una autentica base empirica4.

La seconda possibilità che si offre a coloro che si trovano ad affrontare i problemi della mente è quella di cercar di ridurre il conflitto che oppone le proprietà e i fenomeni mentali alle categorie scientifiche manipolando abilmente detti fenomeni e proprietà nell’intento di dimostrare che essi sono diversi da come di solito ce li rappresentiamo. Ciò può assumere connotati estremi, fino a divenire eliminativismo, proponendosi, in tal caso, di convincerci che certe caratteristiche, quali l’esperienza cosciente o la libertà umana, sono del tutto illusorie, cioè non fanno parte del dominio dei fenomeni reali.
La lista degli autori che, sia pur con sfumature diverse, ricorrono a quest’ultimo espediente – perché di espediente si tratta – è davvero lunga. Mi limiterò qui a ricordare Daniel Dennett, che si può dire abbia costruito la propria fortuna professionale sulla negazione della coscienza, la sua recente emula, la psicologa Susan Blackmore5 e Daniel Wegner, diventato famoso per le sue tesi sull’illusorietà della libertà umana6.
La necessità di utilizzare un qualche tipo di artificio quando si cerca di superare le problematiche del rapporto della mente con la sua base materiale si presenta oggi come qualcosa di ineliminabile, anche se il più delle volte tale strategia si presenta sotto forme altamente sofisticate, difficili da smascherare nella loro natura di “artifici concettuali”. Tale necessità – a mio avviso – va considerata come un segnale, come un indicatore altamente significativo dell’inadeguatezza, non solo degli attuali modelli scientifici quando ci si confronta con le problematiche della mente, ma anche dei “fatti” empirici che vengono solitamente posti all’origine di detti fenomeni.
Quello che intendo dire è che la mente presenta caratteristiche assolutamente particolari rispetto a qualsiasi altra tipologia di eventi che avvengono nell’universo. E questo, unitamente alle difficoltà esplicative incontrate, rende lecito avanzare dei dubbi circa la fondatezza della convinzione che le categorie concettuali di cui oggi disponiamo siano sufficienti per spiegare i fenomeni della mente.

Il riconoscimento dei limiti delle attuali prospettive all’interno delle quali si cerca di spiegare la mente non conduce necessariamente alla catastrofe del dualismo, come molti, più o meno consapevolmente, temono, ma apre spazi di possibilità del tutto nuovi. Se consideriamo le grandi rivoluzioni che hanno contraddistinto la storia della scienza, vediamo che una delle loro principali caratteristiche è stata la drastica rottura con le teorie esistenti, prospettando comportamenti della materia completamente nuovi e in netto contrasto con dette teorie. La teoria dei quanti, proposta da Planck nel 1900, ipotizzava che le particelle infinitesimali che compongono la materia si muovono secondo leggi che non hanno nulla a che vedere con la meccanica classica; la teoria della relatività, sviluppata da Einstein, stabilisce che un corpo che si sposti a velocità prossime a quelle della luce o che sia immerso in forti campi gravitazionali aumenta la propria massa ed è soggetto a una contrazione del tempo. Sono perciò necessarie delle correzioni ai calcoli basati sulle leggi del moto classico per descriverne con esattezza i movimenti. Ciò non è che un altro modo per dire che la teoria newtoniana, in determinate condizioni, viene violata, poiché vengono a sovrapporsi ad essa comportamenti della materia che detta teoria non prevede.
Nella ricerca fisica più avanzata, tesa a unificare le quattro forze fondamentali presenti nell’universo, un posto importante è occupato dalle cosiddette “teorie delle stringhe”, un insieme di teorie che ipotizzano l’esistenza di corde infinitesimali che vibrano in spazi a più dimensioni, dando luogo a tutte le forze e a tutte le a particelle che conosciamo. Qui, non solo vengono prospettati comportamenti così bizzarri da porsi al limite delle nostre capacità immaginative, ma anche l’esistenza di nuove entità materiali, altrettanto bizzarre, non rilevabili dai nostri attuali strumenti di osservazione.
Cosa ci impedisce di pensare che i grandi problemi della mente abbiano bisogno di rivolgimenti teorici di analoga portata per potersi avviare a soluzione? Vale la pena ricordare che sul finire dell’Ottocento, la maggior parte dei fisici era concorde nel ritenere che la loro disciplina fosse giunta a una fase di piena maturità. C’era ancora qualche problema da risolvere, ma nessuno avrebbe mai immaginato che di lì a poco avrebbe avuto inizio una grande rivoluzione concettuale capace di trasformare radicalmente la nostra immagine del mondo, sia a livello microscopico che a livello macroscopico. Oggi nel campo degli studi sulla mente si assiste a qualcosa di vagamente analogo: rimangono ancora molti problemi aperti – è vero – ma quasi tutti appaiono convinti che la strada che si sta percorrendo sia quella giusta e che presto essa ci condurrà alla meta.
Per quanto mi riguarda, credo che, presto o tardi, si faranno importanti scoperte nel campo delle neuroscienze, le quali ci mostreranno i fenomeni mentali sotto una luce completamente nuova. Si capirà allora quanto limitate siano le nostre attuali prospettive e si potranno finalmente porre le basi per modelli esplicativi del tutto inediti, in grado di dare risposte alle nostre più importanti domande.
Nel frattempo, invece che continuare con le attuali strategie dilatorie, fondate su marginali ritocchi alle concezioni esistenti o su espedienti che mortificano la nostra ragione, non sarebbe meglio riconoscere apertamente i limiti degli attuali orientamenti e rendersi disponibili a considerare seriamente ipotesi completamente diverse?
L’abbandono delle certezze consolidate rappresenta un trauma psicologico insostenibile per la maggior parte delle persone, perché proietta inevitabilmente verso l’ignoto, dove, per definizione, non si è mai sicuri di poter trovare nuovi punti fermi su cui appoggiarsi. La storia del progresso dell’uomo è però la storia di persone, di gruppi, o anche di popoli, che hanno avuto il coraggio di emanciparsi da certezze divenute inadeguate, anche se per certi versi tranquillizzanti, per tentare di giungere a nuove certezze, più ampie e più solide.