Il dramma dell’uomo caduto nel tempo inferiore

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Le persone comuni mirano soltanto a passare il tempo; chi ha una qualche capacità, a utilizzarlo.
(A. Schopenhauer, Parerga e paralipomena – Aforismi per una vita saggia: II – Di ciò che è)

Il Tempo, il nostro Tempo è poco mutevole. Sempre quello di ogni giorno, di ogni ora, di ogni anno. Le stesse albe di migliaia di anni che ora sorridono e dopo piangono piogge. Il tempo non arricchisce nessuno, anzi lo impoverisce. Nostro Signore di compagnia nel bene e nel male.
Il Tempo, nostro Tempo dei comuni mortali è diverso dal Tempo di Dio. Il Tempo dell’Oriente è giusto e non ha ritmi isterici. Il Tempo dell’ammalato è di attesa; quello del disoccupato incerto. Il Tempo dei ricchi è lussurioso. Il Tempo dei filosofi è quello del buon pensiero. Il Tempo dei poeti non esiste. Il Tempo dei medici è di pronto soccorso; quello dei ladri è stringente. C’è quello di Facebook: sevizia della ragione. Il Tempo degli imbroglioni non è tracciabile. Il Tempo dei banchieri: costoso e inaccessibile. Il Tempo dei tribunali: languido, prigioniero delle leggi. Gli analfabeti sono in grazia di Dio per non sapere leggere il Tempo. Non invecchia mai quello del Potere. I “senza tetto” e i “senza letto” non muoiono di Tempo, bensì di fame. Il Tempo della modernità è cinico, vendicativo e intollerante. C’è il Tempo di chi vive in mezzo a noi e non ce ne accorgiamo. Infine, il dramma del Tempo di coloro che sono distesi nudi sulla croce come Cristo.
Tempo che si trasforma in Tempo inferiore per la stoltezza dell’uomo di non saperlo utilizzare.

Intorno al Tempo si sono moltiplicati i luoghi comuni che sono sostanzialmente piccole persuasioni di vita quotidiana. A mo’ di esempio se ne citano alcuni: tempi morti, ammazzare il tempo, il tempo è galantuomo, tempi stretti, battuto sul tempo, chi ha tempo non aspetti tempo, il tempo è denaro, ogni cosa ha il suo tempo, dai tempo al tempo, c’è più tempo che vita.
D’altronde il Tempo è nell’uomo e con l’uomo; indivisibili; hanno lo stesso destino. «Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco» (J.L. Borges, Nuova confutazione del tempo, in Altre inquisizioni).
Tutti gli uomini hanno il privilegio di detenere il Tempo da spendere in diverse attività; una fra le tante, quella della sopravvivenza, si rende però colpevole di ingiustizie sociali nel raggiungimento dello scopo. In questo caso il Tempo viene subìto, diventa nevrotico, e asfissiante, dannato in una profonda decadenza di se stesso.

Uccidere questo Tempo di decadenza, modellato su interessi personali e collettivi, è cosa da fare per risorgerlo alla sua funzione regolatrice dell’agire dell’uomo, affinché sia usufruito con giustezza e moderazione. Lo sforzo sarà estenuante, non semplice, poiché eliminare i vizi e orientarsi in una proiezione di qualità, non è sempre condivisibile da coloro che detengono ogni forma di potere per il controllo delle volontà. Vivere il Tempo vuole anche significare: non abusare di esso per compiere misfatti; ridurre le ambizioni per concedersi quanto basta per vivere porterebbe l’uomo a una diminuzione del deterioramento psichico e a un maggiore controllo delle proprie azioni.

«Ma se egli già vuole troppo nello stato in cui è, che ne sarebbe di lui se accedesse al rango di superuomo? Certamente esploderebbe e crollerebbe su se stesso. E allora, con una diversione grandiosa, egli verrebbe a cadere dal tempo per entrare nell’eternità inferiore, termine ineluttabile al quale non è molto importante, in fin dei conti, che arrivi per la via del logoramento o del disastro.
(E.M. Cioran, La caduta nel tempo, Adelphi, 2009, p. 131)

L’assunto di Cioran è inequivocabile: non appena l’uomo vuole un po’ di più rispetto all’essenzialità, prima o poi è destinato al deterioramento e alla caduta. L’uomo non è Dio, che al contrario non ha alcun debito di esistenza e può tutto. L’uomo è costretto a ‘fare’ per vincere le assenze di cui è vittima sacrificale del suo stesso Dio, per conquistarle con l’intuito e la scienza attraverso un percorso di patimento e angoscia, percependo – molto spesso – il non senso delle cose. Turbato e afflitto dal Tempo che lo costringe a dover occuparsi di qualcosa per vivere, perde la cognizione temporale della propria esistenza, disperdendosi nella forma malpensante della ragione, cadendo nell’errore di dover ricordare, poi, a ogni istante di essere uomo.
Cioran ipotizza, in tutto questo, una pesante maledizione abbattutasi sul nostro progenitore Adamo, che preso dal desiderio di conoscenza attinse dall’Albero della vita, infrangendo il divieto di Dio al dono dell’ignoranza, elargito con ‘benevolenza’ dal Creatore. Difatti il dono dell’ignoranza avrebbe preservato l’uomo dal sapere e dal sapersi, nonché dal sapere la morte, l’unica risposta certa che gli sia permesso di conoscere nella sua pienezza. Né la morte deve essere interpretata come castigo per il peccato originale, piuttosto come evoluzione della specie umana che nella morte rigenera la vita e ne fornisce sostanza di continuità.

Quale Tempo, inteso come concessione divina (?) a scadenza prestabilita, deve l’uomo in ottemperanza alle proprie esigenze e necessità mettere a frutto di saggezza e di sapienza, affinché possa edulcorare un’esistenza connotata dalla sofferenza continua e costante? Certamente il Tempo che è espressione di conoscenza della morte, della fine del travaglio dell’egoismo, ma soprattutto che è indicatore di sopraffazione lenta della vita per dare morte. La morte umilia l’uomo, lo sconfigge di tutte le sue intenzioni proprio nel momento in cui egli capisce la gravità del suo vivere e della sua incapacità di somigliare a Dio; per tutto questo è bene che non lo dimentichi mai per non finire di essere niente. L’imperativo è: di fronte a se stessi, per non farsi cogliere impreparati da un senso di vertigine, che inevitabilmente subentra ogni qualvolta l’uomo si concede un respiro maggiore di valutazione esistenziale. È la morte il vero significato del Tempo che dà la vita all’uomo; quest’ultimo non deve dimenticarlo o, in maniera furbesca, fare finta di niente. L’acquisizione serena di questo costrutto renderebbe la vita meno banale, più forte dell’acciaio, meno dolorosa.

Purtroppo l’uomo mira alla grandezza e per tale sfrontatezza è condannato agli eccessi, precipitando nelle sue stesse fragilità che abilmente ogni giorno tenta di cementificare con l’illusione delle conquiste della conoscenza. Il suo punto di forza è al contempo punto di massima debolezza della propria volontà, che lo costringe alla condizione perenne di inquietudine. «Inadatto a vivere», – afferma Cioran – «finge la vita. […] Non hanno avvenire coloro che vivono nell’idolatria del domani. Avendo spogliato il presente della sua dimensione eterna, non hanno ormai altro che la volontà, loro grande risorsa — e loro grande castigo» (ivi, p. 13).

2 responses to “Il dramma dell’uomo caduto nel tempo inferiore

  1. «Il corpo e la sua morte restano i più grandi pensatori». — E. Mazzarella, “Vie d’uscita”, Il Melangolo, Genova 2004 p. 11

    1. La morte è una conseguenza della nascita, del venire al mondo, de “L’inconveniente di essere nati” (Cioran).
      La morte non è un flagello, è una dilazione temporale della nascita, un segmento in cui il pensiero dà forma nell’uomo della consapevolezza del finito. La capacità dell’uomo d’insediarsi nella “sicurezza dell’essere” e “nell’assenza di essere” eleverebbe il concetto di morte alla serenità di accettazione di essa, che nel silenzio puro di un pensiero è prefazione alla vita. La morte è disgiunzione del tempo, in una nuova configurazione di esistenza autonoma. Ecco perché la morte è anzitutto chiarezza del tempo che si separa da se stesso, a sue spese.

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