Lavoro estraniato e godimento

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marx-manoscritti1844-einaudiQuelli del 1844, stesi da Marx durante il soggiorno parigino, vengono indicati come «manoscritti» in un’ottica esclusivamente filologica. Essi sono, in vero, una raccolta asistematica di appunti, glosse, abbozzi di argomentazioni o, in certi casi, di vere e proprie trascrizioni o ancora, in altri punti, di “traduzioni”. Perché ‘trascrizioni’? Perché molte pagine sono un’enumerazione di numerose citazioni degli autori che hanno fondato l’economia politica classica inglese e francese (Smith, Ricardo, Malthus, Say, Chevalier), inframezzate da brevissime e quasi inibite aggiunte dell’autore; in sostanza, degli inserimenti controllati al cospetto di certi passi dal carattere totemico. Altre note, letteralmente copiate dai testi, non ricevono neppure un commento, pur sì stringato. Questi, ricordiamo, sono fatti noti, poiché il soggiorno parigino è un periodo di continua alfabetizzazione per Marx. Per dirla in termini dialettici: Marx non era ancora diventato Marx.
Serviamoci ancora della dialettica per illustrare il secondo punto. Perché ‘traduzioni’? Perché Marx in queste pagine, attraverso le sue fugaci comparse, testa e abbozza le prime prove con il famoso “rovesciamento” della filosofia hegeliana: un rapporto, quello con la filosofia di Hegel, in sé e per sé hegeliano. Il tentativo di Marx è quello di trasporre in termini storici e corporei il movimento autodissolvente e progressivo della logica hegeliana. Prima di procedere con questa ambiziosa operazione occorre riallineare i due piani, bisogna rintracciare gli sgoccioli del pensiero che non riescono più a dissetare e assaporare l’humus dei processi mondani. Certo, il ritmo e l’architettura non sono quelli della Fenomenologia hegeliana, un capolavoro insuperabile (anche) in quanto ad organizzazione drammatica e musicale. Il ritmo della Fenomenologia hegeliana è lento e solenne, quello dei Manoscritti è sincopato, quello futuro del Capitale sarà fitto e più vicino a un pulsare disperato di una macchina calcolante.
Torniamo al dialogo marxiano con Hegel. All’interno di queste righe scorgiamo sì una presa di distanza e dunque un’inibita rilettura della dialettica hegeliana, ma essa è placata da una disposizione. Si avvista certamente lo sforzo di voler conferire voce umana ai potenti sillogismi hegeliani (più di quanto già ne fossero provvisti), ma esso è controllato da una collocazione. Un posizionamento, ancora una volta, hegeliano. Le pagine dedicate alla critica dell’economia politica (non soltanto a certi suoi aspetti) vengono seguite, quasi inesorabilmente, da quelle rivolte alla parte speculativa. La dimensione speculativo-propositiva conclude quella critica. Il pensiero, come se occorresse riproporlo, arriva in ritardo.
Ancorandoci saldamente agli enunciati del pensatore di Treviri, quando si persiste nel campo dell’economia politica nulla viene colto, nulla viene compreso, concettualizzato e dunque nulla viene rispecchiato. La specularità tra soggetto e oggetto e il rivedersi del primo nel secondo quale tratto distintivo e senso ultimo della Fenomenologia o come definitiva conquista gnoseologica hegeliana, è in tale spazio mancante. L’economia politica, velocemente e momentaneamente, formalizza e descrive momenti. Si occupa dunque del contingente, considerandolo una disattenzione, un banale risultato. Tale dato inerme, neutralizzato, drammatico, è un fatto di opinione. Marx, tramite il lavoro concettuale, trasforma l’opinione in conoscenza, ancora una volta hegelianamente. Marx, alla fine della sua critica, pone una domanda originaria sulla genesi degli attori fisici e non dei rapporti di produzione capitalistici. Il suo quesito, in quanto formulato correttamente, contiene già al proprio interno la risposta; muta non la presenza o l’assenza di uno o più degli elementi del sistema, bensì il tempo della loro manifestazione. È pertanto un fenomeno di natura posizionale. Marx nel giro di poche righe scatena una perturbazione sullo stato della riflessione economica. Sono da analizzare, perciò, proprio i passi dove vige il monopolio del pensiero, muovendo dall’abbondante intertestualità presente negli stessi ma soprattutto dal ponte esistente tra l’assetto semantico-argomentativo e la geminazione concettuale.

Il passo qui proposto viene estratto dal quarto capitolo che conclude il primo manoscritto (secondo la sistemazione postuma). Fin dal cominciamento del Lavoro Estraniato il clima che si avverte è quello di un determinismo mimetizzato. La “combinazione” discorsiva che a tal punto compie Marx è di raffinata abilità. Essa rende in voci automatiche, immobili, consequenziali e necessarie, peculiari dell’economia politica, tutto un processo umano, una questione ontologica. L’ampiezza esistenziale dell’alienazione viene trasferita sul piano della proporzione aritmetica congiuntamente alle condizioni dell’essere umano che si vanno a riscontrare durante il suo rapporto con la propria Gattungwesen, nella cornice essenziale del lavoro. Il quadro è quello della polarità quantitativa “più”/“meno”:

Quante più cose l’uomo trasferisce in Dio, tanto meno egli ne ritiene in sé stesso. L’operaio ripone la sua vita nell’oggetto; ma d’ora in poi la sua vita non appartiene più a lui, ma all’oggetto. Quanto più grande è dunque questa attività, tanto più l’operaio è privo di oggetto. Quello che è il prodotto del suo lavoro, non è egli stesso. Quanto più grande è dunque questo prodotto, tanto più piccolo è egli stesso.1

Assistiamo in questo susseguirsi di frasi ristrette nella loro glaciale semplicità, alla messa in scena, in una pseudolingua algebrica, della vastità problematica dell’attività umana e della sua essenza. Del soggetto, in quanto merce prima e salario dopo, possiamo predicare in ordine: lo stato inumano e atroce in cui versa, la sua natura reificata e istituzionalizzata agli occhi dell’economia politica, la rappresentazione, tramite Marx, di un siffatto depauperamento concettuale. La dolorosa magnitudo di questa dimensione viene sgretolata e violentemente alleggerita dalla cinica legiferazione dell’economia politica. Ancora una volta dal sillogismo hegeliano e il suo passare in rassegna la realtà con giri di volta mozzafiato, si giunge a una statica bilancia dove se vi è un’abbondanza da una parte, necessariamente (contingentemente, nel linguaggio dell’economia politica), dall’altra assistiamo a una sottrazione. L’autonomia dell’oggetto fatto proprio da un altro uomo che non sia l’operaio che l’ha prodotto rimuove il peso ontologico dell’essere umano, nello specifico: la sua esistenza e la sua capacità di riconoscerla in quanto tale. Persistendo entro questi confini, l’insieme si risolve nella quantità. La scienza delle quantità, l’economia, avvia una vera e propria colonizzazione. La conquista procede attraverso un varco incompleto. La logica dell’alienazione si può comprendere solo nel superamento di questo iato, esclusivamente nell’esistenza, oltre il terreno della quantità, dello spazio delle qualità. Il lascito della logica hegeliana, che Marx non cessa mai di considerare nelle sue riflessioni economiche presenti in questi frammenti, è il passaggio continuo della quantità numerica astratta alla qualità degli elementi, il loro respiro. Insomma, dall’economia alla politica. Dalla descrizione alla comprensione. Con il concetto e con la qualità il sistema produttivo capitalistico è costretto ad avere un linguaggio teoretico, o sia ciò che era mancante nel suo edificio. Il linguaggio teoretico, dunque la pratica del pensiero, non fa esistere un’alienazione dalla cosa prima di un’alienazione del soggetto. Si rimane nel campo della libertà fin quando l’oggetto non ha autonomia o meglio, fin quando non oggettiviamo la nostra autonomia.

Più avanti nella trattazione, Marx introduce la nozione di “godimento” (Genuss) quale “gioia della vita altrui” (Lebensfreude eines andern)2 in riferimento al vantaggio di natura eterogenea che il proprietario trae dall’utilizzo dell’oggetto prodotto. Marx, collocando all’interno della sua argomentazione il Genuss, non prevede le implicazioni che tale concetto produrrà non solo nelle future letture marxiste ma anche nelle formulazioni che seguiranno i Manoscritti. Il “godimento”, nella sua genesi qualitativa e in tutte le sue manifestazioni, è forse uno dei perni intorno al quale ruota il discorso psicanalitico. La questione, pur giungendo in superficie con Freud, viene vivificata e arricchita di carattere speculativo dalle riflessioni lacaniane. Il lessico freudiano si riferisce al godimento tramite due lemmi diversi e la scelta degli stessi non è mai casuale: Befriedigung e Genuss.3 Mentre con il primo si indica, in breve, il soddisfacimento di una qualsivoglia pulsione, perciò la conquista del piacere oggettuale immediato, senza ulteriore dispendio, con il secondo termine lo psicanalista intende il godimento, in sé patologico, rivolto costantemente verso lo stesso oggetto. È la “forma” di godimento tipica del perverso. La pulsione del perverso, seguendo una struttura anaforica, è una caccia al feticcio. La scena appena descritta sembra rientrare nell’ambito speculativo di S. Žižek, all’interno del quale il filosofo sloveno, in riferimento al suo stesso approccio teoretico, ciclicamente e istericamente tratta gli effetti molto spesso incontrollati e imprevedibili delle teorie e delle loro esemplificazioni.4 Marx, parlando di godimento, quel tipo di godimento, prepara senza volerlo l’evoluzione del concetto di oggetto-merce a merce come feticcio, questione massimamente trattata nel Capitale.

Giunti alla fine, il dato inequivocabile riguarda la presenza ancora in auge nei Manoscritti degli ingredienti che andranno a formare gli utilizzi e le riletture del marxismo da parte della psicanalisi teoretica; nozioni come quelle di godimento, intersoggettività, alienazione, scissione, identità nella differenza, diventeranno nuovi strumenti da adottare per determinate illuminanti letture novecentesche del marxismo.