La “Strada di San Giovanni” di Italo Calvino: il racconto dell’antimemoria

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Un padre e suo figlio ragazzo s’inerpicano sulla strada che porta al podere e tornano con ceste colme di frutta e di verdura. Nel ricordo del figlio, che meticolosamente ricostruisce le fasi del cammino, con tutto il bagaglio di rituali che lo precede e lo segue, non c’è traccia di ferite inflitte dal graffio della nostalgia e della tenerezza: ciò che poteva manifestarsi come il riaffiorare di una privata e gioiosa epopea adolescenziale si rovescia in frammenti di vita desacralizzata. Il tempo non ha sciolto i nodi del passato: se ‘l’affanno dura’, il ricordo delle cose trascorse non si affaccia gradito all’animo. È una memoria che non riconcilia, che non è consolatoria, che non rinfocola amore per le persone e le cose che non sono più ma le inchioda – ancora e sempre – alla loro irriducibile distanza: nel riportarle in vita attraverso una carrellata di gesti e immagini, evoca nello stesso tempo le dissonanze che le hanno attraversate e lacerate. La memoria è un filtro che non setaccia e disperde ma lascia intatte le scorie e anzi le rende più grevi perché il tempo perduto del passato, ricomposto puntigliosamente nella memoria, innerva ancora dolorosamente le fibre del tempo presente («la marcia mattutina verso San Giovanni continua ancora»). Lo strazio definitivo della memoria non è allora il sentimento della perdita o la sua parziale opacità ma la sua cristallina trasparenza, che non lascia scampo.

Microcosmo che ha la ricchezza di un macrocosmo, la strada di San Giovanni viene ricostruita attraverso le coordinate di una topografia rigorosa e passionale a un tempo. Dopo un inizio in cui ci si concede a una fugace ironia («Una spiegazione generale del mondo e della storia deve tener conto di come era situata casa nostra»), la ricostruzione dei luoghi dell’infanzia s’intreccia con la rievocazione via via più invasiva dei pensieri e delle sensazioni: si viene delineando, fra torrenti, canali, campagne, boschi, bagliori e suoni della città non lontana, come una geometria del caos, nel tentativo di ricostruire con pari esattezza qualcosa di più refrattario e sfuggente: il sentimento della vita, le passioni umane.

Il racconto è anzitutto il racconto di un rapporto sordamente conflittuale fra il padre e il figlio: suo corrispettivo retorico è l’antitesi che, con variazioni, interseca a più riprese la narrazione. La prima dicotomia è in su/in giù:
«Per mio padre, il mondo era di là in su che cominciava, e l’altra parte del mondo, quella di giù, era solo un’appendice, talvolta necessaria per cose da sbrigare, ma estranea e insignificante […] Io no, tutto il contrario: per me il mondo, la carta del pianeta, andava da casa nostra in giù, il resto era spazio bianco, senza significati»

In su e in giù si vanno poi connotando come campagna/città, luoghi distopici nelle rispettive visioni: «Mio padre, più ci avvicinavamo a San Giovanni, più era preso da una nuova tensione, che non era solo un ultimo scatto dell’impazienza di trovarsi nel solo luogo che sentiva suo, ma anche come il rimorso d’esserne stato per tante ore lontano […] i segni del futuro mi aspettavo di decifrarli laggiù da quelle vie, da quelle luci notturne che non erano solo le vie e le luci della nostra piccola città appartata, ma la città, uno spiraglio di tutte le città possibili.»

Padre e figlio recano impresso sulla loro pelle il crisma dell’incomunicabilità: «Parlarci era difficile. Entrambi d’indole verbosa, posseduti da un mare di parole, insieme restavamo muti, camminavamo in silenzio a fianco a fianco per la strada di San Giovanni.»

Diverso – un’altra delle loro diversità – è il loro atteggiamento nei confronti della lingua. Per l’uno le parole sono un accessorio, uno strumento di conferma di autorità sulle cose; per l’altro hanno un carattere immaginifico e divinatorio. Il padre «del mondo vedeva solo le piante», e ogni vita vegetale, ogni oggetto, ogni attività della campagna inquadrava con una nomenclatura precisa, mentre il figlio non riconosceva «né una pianta né un uccello». Per lui «le cose erano mute», le parole fluivano nella sua testa «non ancorate a oggetti, ma ad emozioni fantasie presagi».

L’antinomia decisiva, che sottende il carattere e il destino del padre e del figlio, è affidata alla coppia natura/letteratura. Cose e parole, pragmatismo e visionarietà. Ma chi è più vicino alla ‘realtà’? Il padre, officiante di un cerimoniale ormai vuoto, abbarbicato alla ripetitività di gesti non più trasmissibili ad altri nella loro presunta sacralità, già solo fantasmi nella sua testa; o il figlio, che insegue altre sfide e altri più indecifrabili fantasmi, quelli balenanti nella triade città-uomo-letteratura? «Richiami di madri, canti di ragazze o di beoni […] mentre chiusa tra le scaglie rosse dei tetti la città confusamente suonava i suoi sferragli di tram e di martelli»; «Di fronte alla natura restavo indifferente, riservato, a tratti ostile. E non sapevo che stavo anch’io cercando un rapporto che sarebbe stata la letteratura a darmi, restituendo significato a tutto, e d’un tratto ogni cosa sarebbe divenuta vera e tangibile e possedibile e perfetta, ogni cosa di quel mondo ormai perduto».

L’illusione è che la letteratura dia senso e compiutezza alla vita e, comunque, le parole hanno vita più lunga: «i nomi, ora che le cose non esistono più, si impongono insostituibili e perentori sulla pagina per essere salvati». Nella dimensione della scrittura – forse – le cose acquistano realtà e significato: sorta di ‘figure’ adempiute solo nel sovramondo letterario.

La marcia verso e da San Giovanni continua ancora nonostante il tempo l’abbia apparentemente consumata, perché continua la ricerca del senso della vita. I conti ancora non tornano. La memoria, presenza aspra, è un tempo-groviglio: alla nettezza della visione del passato associa il senso del mistero dell’esistenza, che è la sua fatica solitaria e insieme la vanità di questa fatica. Insondabili restano i palpiti più profondi del cuore, insondabile il peregrinare alla ricerca del senso su questo mondo. La memoria affonda sotto una coltre di gelo: «credevo mettendomi a descrivere le ceste di toccare il punto culminante del mio rimpianto, invece niente, ne è uscito un elenco freddo e previsto: invano cerco di accendergli dietro un alone di commozione con queste frasi di commento: tutto rimane come allora, quelle ceste erano già morte allora e lo sapevo, parvenza d’una concretezza che non esisteva già più, e io ero già quello che sono, un cittadino delle città e della storia – ancora senza città né storia e di ciò sofferente».

L’unica possibile riconciliazione fra il padre e il figlio è alla luce del disinganno, nel riconoscimento che ogni vocazione è fallace, che ogni progetto è vano perché è più grande della realtà su cui volitivo e fiducioso si distende. Il padre non può trasmettere al figlio la sua passione e questo è il suo cruccio esistenziale più grande. Ma il figlio è ancora senza città e senza storia e mai, forse, diventerà pienamente parte del mondo umano come avrebbe desiderato. La strada di San Giovanni è un inganno come lo è la città: l’una, nel ricordo, è un mondo che sta finendo – o è già finito – l’altro è un mondo che ancora irradia bagliori – il mare la spiaggia le ragazze – che forse ben presto a loro volta si spegneranno. La passione, pur per cose diverse, li accomuna: «ciò che muoveva mio padre ogni mattina su per la strada di San Giovanni – e me giù per la mia via – più che dovere di proprietario operoso […] era passione feroce, dolore a esistere – cosa se non questo poteva spingere lui a arrampicarsi per i gerbidi e i boschi e me a addentrarmi in un labirinto di muri e carta scritta?»

Entrambi sommersi nel gorgo di due diverse estraneità, braccati da fantasmi inesorabili. Né la strada di San Giovanni né la letteratura potranno ripagare la fatica e le attese: non si dà hortus conclusus nella selva dell’esistenza, che corrode, inquina e devasta. Su questa consapevolezza di condividere il senso di diverse estraneità, su questa consapevolezza dell’inanità delle passioni non nasce, però, l’unico fiore che avrebbe potuto addolcire il sepolcro della memoria: «un gesto di pacificazione col padre, una prova di maturità, e invece non l’ho fatto». L’estrema sofferta espressione dell’antimemoria è nella sua accelerazione, che brucia alcuni fotogrammi a vantaggio di altri: «Vorrei che fossero pronte subito le ceste, per tornare a casa e andare al mare». La letteratura non può restituire significato a tutto: lembi di vita restano refrattari, le ceste nascono morte, le monadi umane sono destinate a trascinarsi per il mondo fasciate dall’orgoglio vano della solitudine.