Piccolo teatro filosofico

Mursia, Milano 2012
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Su una cosa hanno ragione: il dialogo è più aderente alla realtà, la rappresenta in maniera più icastica. Chi sostiene che la forma peculiare della filosofia sia il dialogo, infatti, non fa altro che indicare come forma più adatta a descrivere la realtà qualcosa di contraddittorio, sfuggente, transeunte; qualcosa in costante divenire, un flatus vocis destinato a svanire nel nulla. Come ogni cosa, appunto; — come la realtà.

Il dialogo, in specie quello orale, ha il vantaggio di non mascherare la caducità: non appena lo si pronuncia svanisce. Si potesse solo parlare – e mai scrivere – avremmo una realtà senza rappresentazione, un’espressione senza impressione, un esterno senza interno — un divenire senza permanenza. E chissà se l’idea dell’eterno non sia nata con la scrittura.

I quattro dialoghi di Masullo partono male. Sia perché il primo non è certo il migliore, sia perché l’impostazione di tutt’e quattro i dialoghi difetta di letterarietà, sembra non concedere nulla alle belle lettere. Forse ciò non è voluto (ecco il difetto). Perché se dovessimo indicare un modello per questi dialoghi, più che a Platone dovremmo rifarci a Leopardi. Non tanto per i contenuti, dato che l’opera di Masullo non ha intenti ‘morali’; quanto per il passo dialogico, il modo di procedere e l’accoppiata dei personaggi. La forza delle operette leopardiane sta tutta nella lucidità che devasta ogni moralismo e pregiudizio, e soprattutto nella splendida struttura linguistica che le informa. In Masullo mancano e l’una e l’altra.

Cionondimeno, questo libro presenta almeno due indiscutibili pregi: in tre casi su quattro (il primo dialogo è forse troppo frettoloso) Masullo centra il cuore di un problema trito e ritrito, agonizzante, morente, e riesce a farlo pulsare, a riportarlo a nuova vita, quasi il dialogo compisse un’opera di defibrillazione; il secondo motivo è che finalmente ci troviamo davanti a un libro che non è solo una collazione (o in certi casi una mera giustapposizione) di citazioni, un saggetto accademico a uso e consumo dell’autore. Ci troviamo di fronte a un testo filosofico, con tutti i limiti che si vuole, di cui si possono condividere o meno presupposti e conclusioni, ma che almeno può essere letto in pace, senza il desiderio di darlo alle fiamme ogni due pagine.

Come da sottotitolo, i quattro dialoghi hanno segnatamente a tema l’anima, la verità, la giustizia e il tempo. Sembra quasi che al procedere della lettura, di pari passi con l’ampiezza del tema, cresca anche la profondità a cui si spinge Masullo. Tanto che, dei quattro, il primo sembra appena un bozzetto, forse perché originariamente destinato a una rivista; insomma, pare che annaspi un po’ e giunga a una conclusione rocambolescamente. Poi il respiro si fa più ampio e Masullo si diletta con sottili distinzioni, con ragionamenti fondati saldamente nella logica e con botte e risposte a volte anche avvincenti. Il filo conduttore dell’opera sembra essere la relazionalità dell’essere umano. Probabilmente è in questo che l’autore paga lo scotto dell’esistenzialismo e si riconosce tutto il suo debito verso l’Heidegger dell’analitica esistenziale (anche se non solo nei suoi confronti: allo stesso modo si potrebbe fare il nome di Fichte). Su tutti, basti questo passo:

Quando si è soli, lo si è sempre e soltanto da qualcuno. L’essere soli è un restare soli. Non si è mai soli in assoluto, ma sempre relativamente a qualcuno. La solitudine non è una condizione originaria, ma la sopravvenuta rottura di una relazione. Originaria è la relazione. (pag. 40)

Il primo dialogo vede protagonisti un’anima e un automa. Verosimilmente, il poco spazio che occupa non ha reso possibile scendere più nel dettaglio: da una parte è un bene, perché di filosofia e scienze cognitive non se ne può più; ma d’altra parte le argomentazioni sembrano un po’ superficiali e il nodo fondamentale non sembra sciolto, fosse solo perché si dà per assodato che un qualche tipo di anima esista, anche se non si capisce come e non si spiega cosa sia. Si può trarre solo la conclusione che mentre l’automa è una somma di pezzi, ognuno a sé stante (nel senso che se lo si separa dagli altri non si capisce quale relazione abbia con il tutto), l’organismo – ma l’anima in che relazione sta con l’organismo? – ha una peculiarità rintracciata da Leibniz e che Masullo così esemplifica: «Un gatto è gatto fin nelle sue più minute parti: ogni minima cellula di ogni suo pelo, come oggi la genetica mostra, porta in sé il DNA di quel gatto, cioè il progetto dell’intero animale» (pag. 13).

La differenza sostanziale tra automa e anima è data dal fatto che mentre per il primo esiste solo la possibilità di calcolare, l’anima è capace di trascendenza, ossia di porsi in relazione sia con un fuori-di-sé che con un dentro-di-sé. Essa ha un vissuto, un sentire che l’automa non possiede, non prova:

Il vivere provando la vita, quella che si può provare, non è la mera funzione metabolica […], ma il provare (“vivere” transitivo) ciò che solo è provabile, ossi altra vita capace di provare. Peraltro non c’è altra vita capace di provare, e di essere provata, che non sia un provare se stessa. Il provare può dirsi anche, anzi in modo ben più pregnante, patire. (pag. 18)

La relazione che contraddistingue l’anima umana e che la fa definire tale si pone come trascendenza, che non è solo un uscire fuori di sé, ma «è pensiero, riflessione, trascendenza di sé dentro di sé. Essa va sotto il bel nome mio, Anima […]. Chi sono io? Non lo so. Mi cerco. Ma certamente so di essere il solo spazio dell’essere, dentro cui si possa cercare» (pag. 19). A questo punto l’automa confessa di non capirci più niente, perché questo dentro non può essere oggetto di calcolo. E cala il primo sipario.1

Il secondo e il terzo dialogo hanno in comune l’entrata in scena di un personaggio di stretta attualità; nell’ordine, Benedetto Papa (in cui si ravvisa facilmente l’ombra di Joseph Ratzinger) e un non meglio definito Procuratore dei nostri tempi. Anche in questi casi, tuttavia, la contemporaneità è solo un appiglio per affrontare temi di più vasta portata (la verità e la giustizia, lo ricordiamo).

Il secondo dialogo, forse il migliore assieme all’ultimo, ci cala finalmente in una seria discussione sulla questione del relativismo, che sta tanto a cuore ai papi più recenti. È il dubbioso Amleto a intrattenersi su tali questioni che riguardano anche un certo modo di intendere il nichilismo, altro nemico ideale della dottrina cattolica.

Amleto si fa paladino del dubbio: «Così forte è in me la paura di sbagliare, di ingannarmi o di essere ingannato, che preferisco restare affondato nel dubbio. Il che non è affatto comodo, anzi è sempre drammatico, e qualche volta tragico» (pag. 32). Durante il suo discorso, prima assesta un colpo diretto alla fede, con un’affermazione che dovrebbe essere risaputa, ma che è sempre bene ricordare: «Se la verità implica la fede, non altrettanto la fede implica la verità. Io posso credere senza prove, senza lotta contro il dubbio, senza alcuna ragionevole garanzia» (pag. 27). Del resto, la fede non ammette alcuna prova: se qualcosa viene provato, allora non c’è più bisogno di crederci per mera fede. Sarebbe una bella obiezione contro chi ricerca i miracoli per credere.

In seguito, in un confronto serrato ma tutto sbilanciato dalla parte amletica, vi è una chiarificazione di cosa si intende per relativismo e finalmente lo si distingue dal nichilismo. In fondo, la critica ecclesiastica è tutta fondata sulla piatta identificazione dei due concetti, o quantomeno sulla derivazione dell’uno dall’altro. Amleto, per contro, sa bene che la “verità” non è di Benedetto Papa, né del suo Dio, perché è la loro relazione e

come ogni verità è relativa. […] Il che non vuol dire che verità universalmente vera non c’è. La sua universalità sta piuttosto nel suo esser tendenzialmente relativa non a un uomo o a un particolare gruppo umano ma a tutti gli uomini, tutti come uomini accomunati nella insopprimibile relazione del loro vivente pensiero con essa. (pagg. 46-47)

Gli attori del terzo dialogo sono un procuratore contemporaneo e Giordano Bruno, o per meglio dire il fumo che questi è diventato dopo il suo rogo. Il tema scottante che affrontano è quello della giustizia e del suo legame con il potere. Alla visione spicciola (ma non priva di guizzi) del procuratore, che vede la giustizia come mero calcolo, come semplice applicazione di regole demandabile anche a una macchina, si oppone ancora una volta una visione vitalistica e relazione, messa in bocca a Giordano Bruno, fino al punto da fargli esclamare: «Meglio […] sarebbe finire sul rogo dopo l’estenuante guerra ideologica e gli accaniti duelli procedurali con un Bellarmino, che non per l’automatica sentenza sputata fuori da una macchinetta chiusa in fondo a una cantina vaticana!» (pag. 74).

Di nuovo, quindi, fa capolino la condizione esistenziale dell’uomo che si trova in mezzo ad altri uomini. È questa situazione originaria a fondare la definizione dell’uomo giusto:

Si tratta insomma del nostro stesso originarci come uomini, sempre a noi irrevocabilmente nascosto e tuttavia, mentre viviamo, mai esaurito. Esso non è interiore, non è dentro di noi, è noi. Non ci chiede che di esser fedeli a noi stessi, rispondendo in ogni caso alla voce dell’altro […] senza il cui invito accorato noi non saremmo uomini. Questo vuol dire essere giusti. (pag. 81)

L’ultimo dialogo è anche il più interessante; forse perché completamente svincolato da qualunque appiglio contemporaneo; forse perché nell’affrontare il tema riesce a far parlare la stessa bella lingua greca a Parmenide ed Eraclito, facendoli intendere appieno. Non che sia poi così assurdo come di solito ci fanno credere; ma è una piacevole carezza filosofica leggere che qualcuno si accorge di queste cose – pure tanto evidenti – e ce ne dà una rappresentazione così snella e simpatica.

L’orologiaio dialoga con Eraclito, cercando di smerciargli un segnatempo. L’orologiaio, sebbene poco avvezzo alla filosofia, mostra di sapere ragionare correttamente e si lascia coinvolgere dalle elucubrazioni eraclitee. È l’orologiaio a riassumere la dottrina di Eraclito: «Non vuoi suggerire appunto questo con l’immagine del fiume, in cui per quante volte ci s’immerga non è mai la stessa acqua che ci bagna? Non vuoi far intendere che proprio attraverso l’infinito cambiare delle gocce il fiume è sempre il medesimo?» (pag. 100).

Così, se dapprima si svela un altarino della modernità («Perché […] non capovolgi il detto volgare “il tempo è denaro”, e non ti provi a pensare che unico vero “denaro è il tempo?”», pag. 86), dopo si tenta la liberazione da un impaccio metafisico che per due millenni ha tenuto sotto scacco il pensiero. Vero è che forse si potrebbero porre obiezioni innumerevoli alla conclusione sul tempo; non ci sfugge che in questo modo ripiombiano con scarponi pesantissimi dentro la delicata questione degli universali; ma è comunque una delizia leggere che il tempo è una confusione provocata dal linguaggio:

Esso ci ha abituati a usare nella comune vita quotidiana, per pratica correntezza, la breve parola “tempo”, anziché ogni volta descrivere punto per punto i cambiamenti delle cose e i loro calcolabili rapporti. […] Con ciò alla fine ci siamo ridotti a credere che “tempo” sia il nome di una forza arcana ma reale, arbitra delle naturali esistenze. Si finisce col pensare al tempo come alla causa di ogni crescere e di ogni decadere. (pag. 108)

Tuttavia, si avverte come un piccolo spreco questa sottile conquista. Il volume, infatti, si chiude con una Breve riflessione sul dialogo, ove si riafferma ciò che si era negato per bocca di Eraclito (ma coincide questa con quella di Masullo?): il pensiero viene visto come discorso, perché «tale lo costituiscono la parola, la mediatività, il tempo» (pag. 117). Se prima si nega il concetto del tempo, come si può ora fondare il pensiero su di esso?

In definitiva, questo piacevole libro di Masullo sembra una bella introduzione ad alcune tematiche filosofiche, con picchi di filosofia vera e propria (e non è certo cosa da poco). Il dialogo riacquista la sua primordiale funzione propedeutica alla ricerca filosofica. Del resto, la collana in cui è inserito titola Tracce. Appunto come traccia per seguire la pista giusta possiamo prendere questo testo. Con tutte le perplessità del caso: per esempio, non sarebbe ora di smetterla coi dialoghi tout court, soprattutto in ambito filosofico? Che ne facciamo delle domande quando abbiamo le risposte? Perché ascoltare il buon senso comune di un qualunque interlocutore, quando a mala pena avvertiamo un pensiero che ci sfiora? Ma queste sono diatribe da affrontare altrove e, soprattutto, per conto proprio.

È bello chiudere con una frase detta da Eraclito all’orologiaio; forse non tutti se ne accorgeranno, ma tale frase, se fosse vera, chiuderebbe definitivamente la questione sul dialogo: «Il filosofo è autodidatta o vero filosofo non è» (pag. 94).